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	<title>postalo &#187; Energia</title>
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		<title>Proprio sicuri che l&#8217;energia solare costi meno del nucleare?</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Aug 2010 09:32:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>umotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sì, se si ricorre ad assunti irrealistici e trucchi contabili di Carlo Stagnaro e Daren Bakst Il solare costa meno del nucleare, quindi niente atomo, solo sole. Lo dice uno studio realizzato dagli economisti John Blackburn e Sam Cunningham, per conto dell&#8217;organizzazione ambientalista del North Carolina NC Warn. Il paper ha fatto rapidamente il giro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sì, se si ricorre ad assunti irrealistici e trucchi contabili<br />
di Carlo Stagnaro e Daren Bakst<br />
Il solare costa meno del nucleare, quindi niente atomo, solo sole. Lo dice uno studio realizzato dagli economisti John Blackburn e Sam Cunningham, per conto dell&#8217;organizzazione ambientalista del North Carolina NC Warn. Il paper ha fatto rapidamente il giro del mondo: grazie prima al lancio del New York Times, poi all&#8217;attenzione dei maggiori quotidiani, anche nel nostro paese; e forse anche grazie alla penuria estiva di notizie. Nessun dubbio, del resto, che ne escano numeri sensazionali. Ma sono numeri convincenti?</p>
<p>Secondo gli autori, l&#8217;energia solare ha un costo medio di generazione di 15,9 centesimi di dollaro al kilowattora (in discesa), contro i 17 centesimi del nucleare (in salita) e un prezzo di mercato di circa 8 centesimi (nel 2008 in North Carolina, stato americano a cui lo studio si riferisce). Dietro questi dati ci sono una serie di ipotesi che tendono a sottostimare il costo del solare: per esempio, i due economisti assumono che i pannelli producano energia per quasi 1.600 ore l&#8217;anno, contro le circa 1.400 ore effettivamente registrate in North Carolina. Anche prendendo tutto per buono, si ottiene un risultato diverso: cioè 35 centesimi. Per scendere fino a 15,9 centesimi &#8211; cioè far apparire competitivo ciò che non lo è &#8211; ci vuole un trucco, immediatamente smascherato, ieri, in una nota dell&#8217;Associazione italiana nucleare: basta includere il credito fiscale federale e quello dello stato del North Carolina, rispettivamente del 30 e del 35 per cento. Con questo sussidio il costo unitario dell&#8217;investimento precipita da 6.000 a 2.730 dollari/kilowatt. Equasi triviale dire che, con la stessa logica, con una detassazione del 100 per cento, l&#8217;energia potrebbe sgorgare gratis&#8230; Ovviamente, così non è: semplicemente, anziché pagare i consumatori in proporzione a quanto consumano, lo farebbero i contribuenti in proporzione a quanto dichiarano. Cambiando l&#8217;ordine degli addendi, possono intervenire considerazioni di efficienza allocativa (che sconsigliano il ricorso alla leva fiscale, peraltro), ma non muta il risultato: il solare è ancora maledettamente costoso.</p>
<p>Un discorso uguale e contrario vale per il nucleare. Blackburn e Cunningham si affidano a una sola fonte, che pure fornisce stime largamente inferiori ai 35 centesimi. Il bello è che, applicando la stessa formula al nucleare, pur facendo una serie di ipotesi peggiorative e aggiungendo i costi del personale e della gestione degli impianti (ignorati per il solare), si arriva attorno ai 15 centesimi: cioè al di sotto sia del costo &#8220;vero&#8221; del solare, sia addirittura del suo costo &#8220;sussidiato&#8221;. Tutto ciò senza neppure considerare i costi di rete. Come la leggendaria formichina, Blackburn e Cunningham si concentrano sulla foglia, e perdono di vista la foresta. A leggere il loro paper, infatti, pare che le utility del North Carolina &#8211; e, implicitamente, tutte le altre &#8211; abbiano una scelta secca: nucleare oppure solare. Non è così. La competizione non è mai tra una singola fonte e l&#8217;altra, ma tra un portafoglio di generazione e l&#8217;altro. Soddisfare la domanda elettrica di una società moderna richiede di sfruttare tutte le fonti disponibili, nella misura e per gli scopi in cui sono relativamente più convenienti. Il futuro non è, quindi, sole oppure atomo. L&#8217;unica cosa che sappiamo del futuro è che ci saranno sia i pannelli fotovoltaici, sia gli impianti nucleari: e pure il carbone, il gas, l&#8217;idroelettrico, eccetera. Beato quel mondo che non ha bisogno di tecnologie eroiche, ma usa razionalmente quel che l&#8217;ingegno umano ha creato, nell&#8217;attesa delle prossime, e migliori, invenzioni.</p>
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		<title>Perchè il nucleare produce energia di alta qualità e le rinnovabili no</title>
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		<pubDate>Fri, 14 May 2010 12:12:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>aldocrispi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In uno degli ultimi commenti, un anonimo amico mi invita a spiegare cosa si intende per qualità dell’energia elettrica («Sarebbe interessante anche che spiegassi come fa l&#8217;energia ad essere di qualità diverse&#8230;manco fosse vino&#8230;»). Effettivamente mi è capitato più volte di confrontare la “scarsa” qualità dell’energia prodotta dalle fonti rinnovabili, con quella di “alta qualità” [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>In uno degli ultimi commenti, un anonimo amico mi invita a spiegare <strong>cosa si intende per qualità dell’energia elettrica</strong> («Sarebbe interessante anche che spiegassi come fa l&#8217;energia ad essere di qualità diverse&#8230;manco fosse vino&#8230;»).<br />
Effettivamente mi è capitato più volte di confrontare la “scarsa” qualità dell’energia prodotta dalle fonti rinnovabili, con quella di “alta qualità” delle centrali nucleari, senza entrare in ulteriori dettagli. Mi rendo conto che sia un discorso complesso e quindi provo qui a chiarire, per quanto possibile in uno spazio non troppo lungo e senza termici eccessivamente tecnici.</p>
<p><a href="http://1.bp.blogspot.com/_QvS1qB2BDR0/S-xkNl4ss8I/AAAAAAAAAJw/1Id3srIX2mM/s1600/Qualita_energia_elettrica.jpg"></a>Con qualità dell’energia elettrica si intendono soprattutto due cose (ce ne sono altre, ma da un punto di vista tecnico queste sono le principali):<br />
<strong><br />
1.</strong>  la <strong>continuità dell’alimentazione</strong>, cioè la fornitura costante senza interruzioni . Il problema non è solo di evitare black out di ore o minuti, ma anche le microinterruzioni, che, pur potendo durare solo un quarto di secondo, sono dannose per i sistemi elettronici</div>
<div><strong>2.</strong>  la <strong>qualità della tensione</strong>, intesa come corrispondenza della forma d’onda dell’elettricità che abbiamo (ampiezza, frequenza, variazioni eccetera.) rispetto alla forma d&#8217;onda ideale dell&#8217;energia che vogliamo.</div>
<div>
Garantire queste due cose è tutt&#8217;altro che semplice.<br />
Per quanto concerne la continuità dell&#8217;alimentazione, ad esempio, <strong>in  Italia ci sono circa 1,4 milioni di km di linee elettriche</strong>, di cui più di 900 mila km in bassa tensione. Inoltre del sistema elettrico fanno parte <strong>svariate migliaia di cabine primarie di trasformazione</strong> da alta a media tensione, <strong>centinaia di migliaia di cabine secondarie</strong> da media a bassa tensione (solo Enel ne ha circa 400 mila) e varie altre cose.</div>
<div>Si tratta cioè di un <strong>sistema enermemente complesso </strong>dove qualunque cosa accade ad un impianto, ad un componente o a un tratto di linea si ripercuote (o rischia di ripercuotersi) a cascata sui componenti e le linee a valle.</p>
<p>Tuttavia la complessità non è data solo dall’imponenza delle cifre. Infatti <strong>il problema non è solo di garantire la continuità delle forniture</strong>, ma anche di fare in modo che sull&#8217;intera rete la tensione di alimentazione resti costante o comunque nei limiti previsti (non oltre ± 10% della tensione nominale), che la frequenza non abbia variazioni superiori a ±1% rispetto ai 50 Hz previsti, e che la forma dell’onda dell’elettricità che viaggia nei cavi resti “armonica”, cioè non abbia rilevanti variazioni di ampiezza, causate ad esempio da buchi di tensione (abbassamenti improvvisi e momentanei della tensione oltre il limite del 10%), sovratensioni, fluttuazioni (variazioni ripetute dell’ampiezza di tensione) o distorsioni armoniche (flussi d’onde di diversa frequenza che si creano all’interno del flusso d’onda principale).</div>
<p>Garantire tutte queste cose (ripeto: con oltre 1,4 milioni di km di linee elettriche e mezzo milione di impianti di trasformazione in gioco), richiede una organizzazione ed una esperienza professionale di estrema competenza. Di fatto, <strong>la gestione di un sistema elettrico è l’attività più complessa in assoluto che esista in una moderna civiltà industriale</strong>.<br />
Richiede, tra l’altro, complicatissimi sistemi previsionali in grado di interagire con eventi imprevisti, che però devono essere immediatamente riconosciuti (ad esempio: un guasto in una centrale o in una linea, danni da fulmini, improvvisi picchi di domanda eccetera) in modo che si possa reagire ad essi letteralmente nel giro di secondi. E questo per archi di tempo che, in relazione ai vari gradi di potenza in gioco, variano dai minuti alle ore, dai giorni alle settimane, fino a molti mesi.</p>
<p>Si aggiunga che <strong>le reti elettriche sono state progettate e costruite con l’unico scopo di portare l’elettricità dalle grandi centrali verso gli utenti</strong>. Non prevedono la possibilità che l’energia faccia il percorso contrario (es: dal piccolo impianto fotovoltaico posizionato alla fine di una linea di bassa tensione verso la rete). E consentire quest’ultima cosa, necessaria per la diffusione delle rinnovabili (come in effetti si sta facendo, pur con molta fatica), è roba difficile, non per cattiva volontà o disorganizzazione, ma proprio per aspetti tecnici. Richiede interventi non semplici se ad immettere energia sono pochi impianti, e molto complessi e vasti quando i piccoli impianti diventano centinaia o migliaia concentrati su una rete locale. Che poi è il motivo per cui vi sono svariate zone dove si realizzano impianti rinnovabili e poi non si riesce a collegarli in rete.<br />
In questa situazione, <strong>l’ideale astratto sarebbe di avere un centinaio di grandi centrali e basta </strong>(circa la metà di base &#8211; a carbone, nucleari o idroelettriche &#8211; e l&#8217;altra metà per seguire le variazioni di domanda e le punte &#8211; prevalentemente turbogas e idroelettrico, meglio se a pompaggio). Questa sarebbe la situazione ideale che garantirebbe la massima qualità dell’energia. Invece <strong>in Italia ci sono oltre 1.000 centrali termoelettriche e circa 2.600 centrali da rinnovabili, escluso il fotovoltaico</strong> (circa 300 grandi impianti idroelettrici, 1.800 impianti mini-idro, 150 eolici, 33 geotermici, 280 a biomasse e rifiuti e qualcos’altro. Non sono cifre esatte: sto citando a mente, ma assicuro che sono dati molto vicini alla realtà). E per finire si aggiunga che negli ultimi anni sono stati realizzati oltre <strong>71.000 piccoli impianti fotovoltaici</strong>.</p>
<p>Non so se sono stato chiaro, ma, insomma, <strong>è tutta in questi dati la diversa qualità dell’energia</strong>.<br />
<strong>Una centrale nucleare </strong>produce in modo stabile esattamente quello che noi abbiamo preventivato, quando lo vogliamo, per il tempo che vogliamo e nel punto della rete dove noi abbiamo deciso.<br />
<strong>Una centrale rinnovabile </strong>produce quello che può in relazione alla disponibilità del vento, dell’acqua o del sole, quando queste fonti sono disponibili e in modo continuamente varabile in relazione al variare delle fonti. Tutte cose che si traducono in problemi per la qualità della tensione dell&#8217;energia.  E dove? Dove richiederebbero le esigenze di rete? No, bensì ovunque sono riusciti a realizzare la centrale gli investitori o gli speculatori. Cosa, quest&#8217;ultima, che di regola corrisponde esattamente all’ultimo posto dove un impianto dovrebbe essere situato, cioè nella parte finale della rete, dove ci sono le linee di distribuzione in bassa tensione.</p>
<p>Le cose ovviamente cambieranno, quando saranno realizzate <strong>le cosiddette reti elettriche intelligenti (smart grids)</strong>. Che certamente realizzeremo. Ma non domani. E non gratis. Occorreranno decine di miliardi di investimenti e molti anni (decenni, probabilmente). Nel frattempo abbiamo le reti che abbiamo. Che peraltro hanno svolto egregiamente il loro compito fino ad oggi e lo fanno ancora, a parte il problema della generazione diffusa di piccoli impianti rinnovabili, comunque necessaria per soddisfare le nuove esigenze ambientali.<br />
Ognuno è libero di immaginare un mondo diverso e migliore. Ma in questo mondo, con la rete elettrica oggi esistente in Italia, le centrali nucleari producono elettricità di alta qualità, e i piccoli impianti da fonti rinnovabili di pessima qualità.</p>
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		<title>Le rinnovabili? Costose e poco incisive. Parola di Scaroni</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Apr 2010 12:56:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>aldocrispi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riportiamo una brevissima sintesi dell’intervento tenuto dall’Amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni,  alla World Economic Outlook Conference, organizzato a Roma da IHS Global Insight. Il testo è tratto dall’agenzia specializzata Quotidiano Energia. Le fonti rinnovabili, ha affermato Scaroni «hanno ancora bisogno di massicci investimenti in ricerca e sviluppo e di avanzamenti tecnologici per diventare davvero competitive con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Riportiamo una brevissima sintesi dell’intervento tenuto dall’Amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni,  alla <em><a href="http://guest.cvent.com/EVENTS/Info/Summary.aspx?e=5a300120-b18e-48d9-bf67-1787b02a7d4f" target="_blank">World Economic Outlook Conference</a></em>, organizzato a Roma da IHS Global Insight. Il testo è tratto dall’agenzia specializzata <a href="http://www.quotidianoenergia.it/" target="_blank">Quotidiano Energia</a>.</p>
<p><a href="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/04/Paolo_Scaroni.jpg"></a><strong>Le fonti rinnovabili</strong>, ha affermato Scaroni «hanno ancora bisogno di massicci investimenti in ricerca e sviluppo e di avanzamenti tecnologici per diventare davvero competitive con i combustibili fossili. La crisi economica ha accentuato ancora di più questa tendenza, il calo dei prezzi dell’energia tradizionale ha causato una forte riduzione degli investimenti nelle rinnovabili».<br />
<strong><br />
Particolarmente oneroso, secondo l’A.D. di Eni è il solare</strong>: «1 kWh ottenuto con l’energia fotovoltaica costa sei volte rispetto a 1 kWh ottenuto con il gas». Ci sono poi anche problemi di spazio: «anche se tutta l’Italia fosse ricoperta di pannelli solari e la popolazione venisse trasferita su navi – ha dichiarato -avremmo comunque a disposizione 1/4 dell’energia necessaria».</p>
<p>Allo stato attuale delle tecnologie per Scaroni «<strong>il futuro del solare è ancora nella piccola quantità</strong>».<br />
<strong>Più competitivo invece l’eolico, anche se i problemi non mancano</strong>: «dove c’è molto vento non abita nessuno e quindi l’energia prodotta andrebbe comunque trasportata con un aumento dei costi». Senza dimenticare il nodo intermittenza della generazione eolica.</p>
<p>In sostanza, ha concluso Scaroni «<strong>le rinnovabili vanno bene se costituiscono una piccola parte del totale</strong>». Se invece la percentuale aumentasse, «ne risentirebbe la bolletta dei consumatori e si complicherebbe l’equilibrio del sistema».</p>
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		<title>Il nucleare è la risposta alle crisi energetiche</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Apr 2010 10:19:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>umotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Creare centinaia di migliaia di posti di lavoro ben pagati in America, portare milioni di dollari nelle casse statali e federali, diminuire l’inquinamento atmosferico, ridurre il deficit commerciale americano e la dipendenza dal petrolio mediorientale. Tutto ciò si può fare allo stesso tempo con un’unica mossa: la costruzione di nuove centrali nucleari. Lo spiega un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Creare centinaia di migliaia di posti di lavoro ben pagati in America, portare milioni di dollari nelle casse statali e federali, diminuire l’inquinamento atmosferico, ridurre il deficit commerciale americano e la dipendenza dal petrolio mediorientale. Tutto ciò si può fare allo stesso tempo con un’unica mossa: la costruzione di nuove centrali nucleari.</p>
<p>Lo spiega un editoriale pubblicato sul quotidiano americano Detroit News da Mark Perry, studioso dell’American Enterprise Institute di Washington e professore di economia alla University of Michigan di Flint.</p>
<p>Tanto per cominciare, secondo Perry, l’elettricità prodotta con l’energia nucleare è più economica rispetto a tutte le altre fonti. Gli alti costi iniziali per la costruzione delle centrali vengono ammortizzati nel corso della sua attività dai prezzi relativamente bassi del combustibile: in base ai dati più recenti, il costo medio di un kWh è di 1,4 centesimi di euro, contro i 2 centesimi del carbone, i 6 centesimi del gas naturale e i 13 centesimi del petrolio.</p>
<p>Inoltre la convenienza economica del nucleare crescerà con le tasse che saranno messe sulle emissioni di anidride carbonica.</p>
<p>Per quanto riguarda il solare e l’eolico, hanno costi di produzione bassi, ma anche l’inconveniente di doversi affidare all’energia di riserva prodotta da combustibili fossili in caso di condizioni meteorologiche sfavorevoli. Le centrali nucleari attualmente in attività negli Stati Uniti invece sono in funzione il 90% del tempo.</p>
<p>C’è poi la questione occupazionale: la costruzione e la gestione di altre 45 centrali richiederanno 350.000 posti di lavoro. Il problema è che da decenni non vengono costruite nuove centrali negli Stati Uniti e quindi potrebbe esserci carenza di tecnici specializzati. Per questo un’azienda nucleare del Maryland ha intrapreso un’iniziativa per la formazione di una nuova generazione di tecnici.</p>
<p>Per quanto riguarda le finanze pubbliche, ogni nuova centrale americana porterà ogni anno 20 milioni di dollari (15 milioni di euro) nelle casse dello Stato che la ospita e 75 milioni di dollari (56 milioni di euro) in quelle federali.</p>
<p>Infine, il nucleare riduce la dipendenza dalle importazioni di petrolio dall’estero (e in particolare dal Medio Oriente), che altrimenti potrebbe acuirsi ulteriormente: con la crescita del fabbisogno energetico, saranno necessarie almeno altre 30 centrali entro il 2030 solo per mantenere l’attuale quota del 20% di energia prodotta con il nucleare.</p>
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		<title>L’energia nucleare è economicamente competitiva</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Apr 2010 13:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>umotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’energia nucleare è un’opzione altamente competitiva per la produzione di elettricità. Lo afferma il rapporto “Projected Costs of Generating Electricity”, prodotto dalla Nuclear Energy Agency (NEA) e dall’International Energy Agency (IEA). Il documento, presentato il 25 marzo a Parigi dal direttore esecutivo dell’IEA Nobuo Tanaka e dal direttore generale della NEA Luis Echavarri, ha preso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’energia nucleare è un’opzione altamente competitiva per la produzione di elettricità. Lo afferma il rapporto “Projected Costs of Generating Electricity”, prodotto dalla Nuclear Energy Agency (NEA) e dall’International Energy Agency (IEA).</p>
<p>Il documento, presentato il 25 marzo a Parigi dal direttore esecutivo dell’IEA Nobuo Tanaka e dal direttore generale della NEA Luis Echavarri, ha preso in esame i dati più recenti relativi a 190 centrali elettriche in 21 Paesi: 17 dell’OCSE (che comprende i Paesi industrializzati dell’Occidente) più Brasile, Cina, Russia e Sudafrica.</p>
<p>Il documento analizza i costi delle diverse fonti energetiche: carbone, gas naturale, nucleare, idroelettrico, eolico on-shore e off-shore, biomasse, solare, onde, maree e cicli combinati. Per una valutazione comparativa però è decisivo il prezzo dei permessi per le emissioni di anidride carbonica. In assenza di una tassa sufficientemente elevata il carbone resta un’opzione competitiva.</p>
<p>In generale, secondo lo studio, il nucleare, il carbone e il gas sono al momento «abbastanza convenienti», come pure l’eolico e l’idroelettrico sotto opportune condizioni. Gli autori sottolineano però che «la competitività dipende più che da ogni altra cosa dalle specifiche caratteristiche di ogni mercato: il futuro vedrà quindi una competizione fra le diverse tecnologie, che sarà decisa in base alle preferenze dei singoli Paesi e dei vantaggi a livello locale».</p>
<p>Nessuna fonte infatti è preferibile a tutte le altre da tutti i punti di vista: ognuna ha lati positivi e altri negativi. Per quanto riguarda il nucleare, il vantaggio principale è la produzione di elettricità a bassissime emissioni di anidride carbonica e a prezzi stabili nel tempo. Gli svantaggi sono i costi del decommissionamento e della gestione delle scorie, oltre alle preoccupazioni dell’opinione pubblica sulla sicurezza e la proliferazione.</p>
<p>«I risultati di questo studio dimostrano che il nucleare gioca, e continuerà a giocare, un ruolo fondamentale nel mix energetico europeo. Queste conclusioni appoggiano la scelta di vari Paesi europei di investire in nuove centrali o di estendere la durata dell’attività di quelle esistenti», ha commentato Santiago San Antonio, direttore generale del Foratom, l’associazione delle industrie nucleari europee. </p>
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		<title>Nasce l’Istituto europeo per la formazione sulla sicurezza</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Mar 2010 16:01:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>umotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per rinsaldare e migliorare le conoscenze sulla sicurezza nucleare in Europa è stato creato l’European Nuclear Safety Training and Tutoring Institute (ENSTTI), un Istituto europeo per la formazione sulla sicurezza. L’Istituto è un’iniziativa congiunta di 4 istituti di altrettanti Paesi europei: l’Institut de Radioprotection et de Sûreté Nucléaire francese, la Gesellschaft für Anlagen- und Reaktorsicherheit [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per rinsaldare e migliorare le conoscenze sulla sicurezza nucleare in Europa è stato creato l’European Nuclear Safety Training and Tutoring Institute (ENSTTI), un Istituto europeo per la formazione sulla sicurezza.</p>
<p>L’Istituto è un’iniziativa congiunta di 4 istituti di altrettanti Paesi europei: l’Institut de Radioprotection et de Sûreté Nucléaire francese, la Gesellschaft für Anlagen- und Reaktorsicherheit tedesca, l’Istituto di ricerche nucleari ceco UJV e l’Istituto dell’energia lituano LEI. Hanno partecipato al progetto anche enti internazionali come l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.</p>
<p>L’Istituto offrirà ai laureati e ai lavoratori del settore corsi della durata di vari mesi o sessioni applicate di 6 settimane. Gli argomenti trattati saranno le conoscenze necessarie per analizzare e valutare i rischi radiologici in Europa e nel mondo. Tutti i corsi prevedono anche gruppi di lavoro, simulazioni, visite tecniche e discussioni aperte. La prima sessione si terrà a Monaco (Germania) nel luglio 2010 e la seconda a Fontenay-aux-Roses (Francia) nel settembre 2010. </p>
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		<title>La nave della bugie di Greenpeace ancora in azione</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 16:52:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La nave di Greenpeace è salpata da Civitavecchia con a bordo er Piotta. Almeno hanno smesso di arrampicarsi sui muri delle centrali, ma avranno spiegato al Piotta e colleghi come funziona una centrale e che significa per l&#8217;Italia investire sul nucleare? Questo solo per dire che quello che vuole fare Greenpeace sul nucleare lungi dall&#8217;essere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La nave di Greenpeace è salpata da Civitavecchia con a bordo er Piotta. Almeno hanno smesso di arrampicarsi sui muri delle centrali, ma avranno spiegato al Piotta e colleghi come funziona una centrale e che significa per l&#8217;Italia investire sul nucleare?<br />
Questo solo per dire che quello che vuole fare Greenpeace sul nucleare lungi dall&#8217;essere informazione: questi ambientalisti raggiungono consensi sfruttando le paure irrazionali e facendo solo e a vari livelli, disinformazione. </p>
<p>Greenpeace ha subito a dicembre scorso un attacco da parte del gruppo di attivisti del CFACT , che si occupa di far luce sul reale scopo dell&#8217;attuale movimento ambientalista, che sta assumendo le sembianze di una religione con miti, bugie ed esagerazioni sull&#8217;argomento del riscaldamento globale antropogenico.</p>
<p>Uno dei fondatori di Greenpeace, intervistato anche nel documentario &#8220;Not Evil Just Wrong&#8221;, spiega le motivazioni del suo abbandono di Greenpeace, che nel corso degli anni ha subito una sorta di infiltrazione per spostarlo verso modalità operative affini agli interessi corporativi dei colossi finanziari, petroliferi e industriali. Ricordiamo anche come l&#8217;attuale leader del movimento avesse ammesso di aver rilasciato dati falsi sul riscaldamento globale giusto pochi mesi fa, come testimoniato in questo articolo.<br />
Così la nave Rainbow Warrior (guerriero arcobaleno, ndt) diventa &#8220;Propaganda Warrior&#8221;, la &#8220;nave delle bugie&#8221;.</p>
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		<title>Il nucleare: la maggioranza degli americani è a favore</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 14:53:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>umotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La maggioranza degli americani è a favore del piano di rilancio del nucleare del presidente Barack Obama: lo afferma un sondaggio del sito Angus Reid Global Monitor secondo cui il 48 per cento degli americani è favorevole alla costruzione di nuove centrali contro il 34 per cento di contrari. Secondo il sondaggio le spinte nucleariste [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La maggioranza degli americani è a favore del piano di rilancio del nucleare del presidente Barack Obama: lo afferma un sondaggio del sito Angus Reid Global Monitor secondo cui il 48 per cento degli americani è favorevole alla costruzione di nuove centrali contro il 34 per cento di contrari. Secondo il sondaggio le spinte nucleariste sono più forti dalla parte dei Repubblicani, il 60 per cento dei quali si dichiara favorevole. </p>
<p>Anche secondo gli ultimi dati della Pew Research (centro di ricerca indipendente che sforna periodicamente indagini statistiche) si restringe il marginetra l’opinione pubblica contro e quella a favore della scelta del governo di promuovere un maggior uso dell’energia nucleare. 52% americani sostengono la linea del governo mentre il 41% è contrario. </p>
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		<title>L&#8217;intervento di Prodi sul nucleare. Critico, ma anche con la sinistra</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 11:54:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>aldocrispi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Leggo sul Messaggero del 28 febbraio l&#8217;intervento di Romano Prodi sul nucleare, dal titolo La sfida di un treno che deve correre forte (lo linko qui, ma temo che entro pochi giorni non sarà più disponibile sul sito del Messaggero). Lo leggo e non posso fare a meno di pensare che Prodi si staglia ancora [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>Leggo sul Messaggero del 28 febbraio l&#8217;intervento di Romano Prodi sul nucleare, dal titolo <strong>La sfida di un treno che deve correre forte</strong> (lo linko <a href="http://carta.ilmessaggero.it/view.php?data=20100228&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=PRODI_36.xml&amp;type=STANDARD">qui</a>, ma temo che entro pochi giorni non sarà più disponibile sul sito del Messaggero). Lo leggo e non posso fare a meno di pensare che Prodi si staglia ancora come un gigante nella platea di politicanti che ci circonda, a destra e a sinistra.</div>
<div><a href="http://4.bp.blogspot.com/_QvS1qB2BDR0/S42jZCu4ZjI/AAAAAAAAAHA/KRQ8zGF-Xu8/s1600-h/Prodi-1.jpg"></a>A ben vedere la sua non è una posizione di parte. É l&#8217;intervento di uno statista che valuta lo <em>status quo</em>.</div>
<div><strong>Prodi ricorda di aver votato a favore del nucleare nel famoso referendum del 1987</strong>. E dal suo testo è evidente che sarebbe ancora pronto a condividere le sue vecchie posizioni pro nucleare. Ma a certe condizioni, perchè &#8211; avverte &#8211; molto tempo è trascorso da allora; le scelte fatte nel frattempo pesano come zavorra inamovibile sulle scelte per il futuro, e dunque occorre valutare con attenzione i prossimi passi. E il nucleare è indubbiamente un passo difficile per vari motivi.</p>
<p><strong>Prodi ha ragione da vendere quando individua i vari ostacoli che il nucleare deve affrontare</strong>, tanto più in un Paese dove «i politici si dividono ferocemente tra favorevoli e contrari, ma si uniscono comunque fraternamente nel non volere nessun impianto nucleare, di nessun tipo, né nella loro Regione né, tantomeno, nel loro collegio. Una schizofrenia così profonda e radicata da obbligare il rinvio di ogni decisione a dopo le elezioni».<br />
Inoltre, tra gli altri rilevanti ostacoli da superare: gli aspetti economici legati all&#8217;elevata intensità di capitale del nucleare; la necessità di ricostruire una cultura e una industria nazionale di settore; infine l&#8217;esigenza di supportare un settore così sensibile con una nuova organizzazione della Pubblica amministrazione.</p>
<p><strong>É possibile superare questi ostacoli?</strong> Si, afferma Prodi, è possibile, ma ad un costo enorme e con margini di incertezza altrettanto grandi. Anche perchè, conclude «non vedo, almeno fino ad ora, uno sforzo di mobilitazione in questo senso. Vedo piuttosto la volontà di scaricare sui vicini l&#8217;onere di affrontare un problema così delicato, affidando principalmente a incentivi finanziari da indirizzare direttamente ai cittadini il difficile compito di cambiare gli orientamenti dell&#8217;opinione pubblica».</p>
</div>
<p>E conclude con una vena di pessimismo: «Mi sembra quindi di dovere concludere che o si comincia davvero questa strategia complessa, difficile e di dubbio risultato economico, o è meglio lasciar perdere. Quando si è perso un treno è molto faticoso corrergli dietro. O meglio, lo si può fare, ma bisogna correre molto forte».</p>
<p><strong>Ebbene, prof. Prodi, dia una mano a correre forte</strong>.<br />
È impossibile non condividere la sua analisi. Ma sia sincero: a quanti altri settori industriali è possibile applicarla, pur con qualche particolarità in più o in meno? Tutti o, più realisticamente, quasi tutti? <strong>E allora che facciamo: abbandoniamo tutto o ci sforziamo di superare i problemi?<br />
</strong>Chi scrive appartiene con consapevolezza a quella schiera di centro-sinistra che ha molto rimpianto i suicidi dissidi interni che hanno portato al fallimento delle sue esperienze di governo. E ritiene che <strong>ci sono mille e uno motivi per opporsi con decisione alla maggioranza che ci governa</strong>, a cominciare da alcuni fondamentali che riguardano il rispetto delle istituzioni e dei loro differenti ruoli, l&#8217;etica politica, il valore delle pari opportunità, il senso dello Stato, la salvaguardia dell&#8217;ambiente, l&#8217;integrità morale dei nostri rappresentati e molto altro. <strong>Mille e uno motivi. Ma non tutti i motivi e, soprattutto, non per principio preso</strong>. Ci sono (ci devono essere) dei punti di incontro con la maggioranza su temi che semplicemente interessano il benessere, la sicurezza e lo sviluppo dei cittadini. <strong>E l&#8217;energia è uno di questi punti</strong>, come pure la competitività del nostro sistema produttivo che è penalizzata (anche) dagli elevati costi dell&#8217;energia.</p>
<p><strong>Se il discorso è soprattutto economico</strong>, secondo lei va bene puntare soprattutto sulle fonti rinnovabili? <strong>E se non è economico</strong>, ma legato all&#8217;esigenza di avere un Paese diverso e migliore, vale la pena di rinunciare o non è piuttosto il caso di sfruttare l&#8217;opportunità del nucleare per cominciare a cambiare?</p>
<p>Il suo, prof. Prodi, è un discorso critico ma dialettico, che non dice &#8220;no&#8221;, anzi, dice &#8220;si a certe condizioni&#8221;. Il che vuol dire discutere sulle condizioni. Mi consenta di pensare che voglia anche essere una bacchettata sulle mani di certa sinistra che si ostina a dire &#8220;no, perchè no, e basta&#8221;. <strong>Io ho voglia di correre forte</strong>.</p>
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		<title>Obama, la scelta nucleare USA ed il silenzio verde in Italia</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Feb 2010 16:28:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>umotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A fronte della scelta coraggiosa di Obama riguardo l&#8217;atomo, sorgono spontanee alcune domande da rivolgere agli oppositori “organici” nostrani al nucleare che pochi giorni fa avevano invaso i media per sparare a zero contro il provvedimento del Governo che dettava norme precise e chiare per l’individuazione dei siti nazionali delle centrali. Per esempio, vorremmo chiedere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A fronte della scelta coraggiosa di Obama riguardo l&#8217;atomo, sorgono spontanee alcune domande da rivolgere agli oppositori “organici” nostrani al nucleare che pochi giorni fa avevano invaso i media per sparare a zero contro il provvedimento del Governo che dettava norme precise e chiare per l’individuazione dei siti nazionali delle centrali.<br />
Per esempio, vorremmo chiedere alla Presidente uscente del Piemonte come si pone di fronte all’uscita USA visto che lei aveva sostenuto che “il nucleare è una scelta non economica, pericolosa e non più adottata all’estero”. Analogamente, come si giustifica oggi la posizione vetero-ecologista dell’Italia dei Valori contraria al nucleare quando un presidente democrata compie un passo in avanti di tale portata?</p>
<p>Obama ha spiazzato tutti coloro che sin dalla sua elezione lo avevano innalzato ad icona mistica della purezza ambientale basata sul risparmio e l’uso delle fonti rinnovabili: un sogno che non tiene conto del fatto che un paese ha bisogno di energia 24 ore su 24, in maniera continua e regolare, e che questo non si può ottenere dalle fonti rinnovabili, utili ma aggiuntive alle sorgenti primarie. Finché non si troverà qualcosa di nuovo, volenti o nolenti, gli idrocarburi, il carbone ed il nucleare sono scelte dalle quali non si può prescindere. Il nucleare, peraltro, è la sola scelta che permette una reale diminuzione dei gas serra come dimostra il caso della Francia che, con le sue 56 centrali nucleari, è l’unico paese che è riuscito a rispettare i vincoli del Protocollo di Kyoto.<br />
La scelta di Obama, inserita in un piano globale, ha sparigliato i giochi degli oppositori nostrani proprio nel momento in cui il nostro Governo sta rilanciando il nucleare. Sarà interessante vedere le reazioni dei prossimi giorni: aspettiamoci sottili distinguo, frasi furbescamente bizantine del tipo “ negli USA si che la scelta si può fare, ma da noi, con il nostro territorio..”. Per ora tutto tace grazie al rimestio nel fango di questi giorni e che durerà sino alle prossime elezioni amministrative. Da un punto di vista prettamente tecnico lascia estremamente perplessi il titolo con cui Il Sole 24 Ore riportava la notizia e che, non è chiaro su quali basi scientifiche, parla di “Nucleare Verde”! Forse qualcuno gli ha soffiato in anteprima quale sarà il colore delle mura esterne degli impianti che saranno realizzati in Georgia.</p>
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		<title>Da Obama la lezione nucleare</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Feb 2010 16:27:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>umotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo aver deluso i pacifisti e chi sognava la sanità pubblica, Obama rompe anche il grande tabù dei Verdi annunciando un piano nucleare da 8 miliardi di dollari. Il governo offrirà questa “garanzia” alle imprese che hanno vinto l’appalto per due nuove centrali atomiche in Georgia. “I nuovi impianti – ha detto il Presidente dalla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo aver deluso i pacifisti e chi sognava la sanità pubblica, Obama rompe anche il grande tabù dei Verdi annunciando un piano nucleare da 8 miliardi di dollari. Il governo offrirà questa “garanzia” alle imprese che hanno vinto l’appalto per due nuove centrali atomiche in Georgia. “I nuovi impianti – ha detto il Presidente dalla sede del sindacato degli elettrici – ridurranno le emissioni di CO2 di 16 milioni di tonnellate ogni anno, il che equivale a togliere dalle strade tre milioni e mezzo di automobili”.</p>
<p>Con questa mossa, il Presidente ha ottenuto tre risultati contemporaneamente. Il primo è aver trasformato il nucleare in una parola d’ordine ambientalista, ripensando da sinistra a forme di energia non inquinanti. Il secondo è aver spazzato via la vulgata per cui nel mondo non si costruirebbero più centrali atomiche. Non è così perché siamo in piena new wave dell’atomo: Germania, Olanda, Scandinavia, tutte nazioni che hanno governi e opinioni pubbliche particolarmente attente e consapevoli dal punto di vista ambientalista, nei prossimi anni costruiranno nuove centrali o proseguiranno nei loro programmi precedenti. Lo Stato pioniere, la Francia, che ha fatto dell’atomo la sua principale fonte di energia, progetta 5 impianti e la Gran Bretagna e gli Usa (l’America di Bush e quella di Obama) fanno altrettanto.</p>
<p>C’è poi un terzo risultato che mostra l’abilità politica del Presidente: aver spiazzato i radicali del Partito Democratico è servito ad aumentare il suo consenso in pezzi non trascurabili dell’elettorato indipendente e repubblicano. Come ha fatto Obama a raggiungere questo risultato bipartisan? Esponendosi in prima persona senza farsi condizionare troppo dalle possibili reazioni dell’elettorato alla parola “nucleare”. Grazie a una visione chiara e una progettualità condivisa, visto che l’atomo può essere un ottimo oggetto di scambio con i governatori degli Stati americani e i politici delle comunità locali che ospiteranno le centrali, compresi i suoi avversari (commesse, compensazioni, pochi ma qualificati posti di lavoro, eccetera).</p>
<p>Noi che il nucleare ancora non l’abbiamo dovremmo prendere esempio da quello che è accaduto in America. Non è un discorso che riguarda i Verdi e gli ambientalisti di casa nostra, che se si parla di nucleare paiono francamente irrecuperabili a qualsivoglia forma di dialogo con il governo. Ci rivolgiamo invece a quella parte della classe politica che ha deciso di (ri)lanciare questo progetto. Nel nostro Paese continuiamo a vivere con lo spettro di Chernobyl e a pensare che il mondo possa fare a meno del nucleare. Così anche la nostra classe politica, quella favorevole alle nuove politiche del governo, teme che l’elettorato possa reagire malamente alle centrali – come dimostra la campagna elettorale per le regionali, con Vendola e la Bonino che ripropongono le loro nostalgiche ma ancora propizie battaglie giovanili, senza trovarsi di fronte avversari pronti a sventolare con la stessa chiarezza la bandiera del nucleare, bensì dicendo “sì ma non a casa mia”.</p>
<p>Proceda, allora, il ministro Scajola, nell’accelerazione dei tempi per la costituzione della Agenzia per la sicurezza nucleare – tassello fondamentale – confrontandosi apertamente con la società italiana, che non è detto sia pregiudizialmente contraria alla ripresa dell’atomo.</p>
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		<title>Il referendum nucleare di fine marzo</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Feb 2010 12:12:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>aldocrispi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’impressione è che il nucleare stia catalizzando il confronto politico, al punto che a fine marzo non si andrà tanto a votare per le elezioni regionali, ma piuttosto per una sorta di referendum sul nucleare. Non mi sembra che ci sia da rallegrarsi. Credo che il Paese abbia una miriade di problemi sui quali occorrerebbe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>L’impressione è che il nucleare stia catalizzando il confronto politico, al punto che a fine marzo non si andrà tanto a votare per le elezioni regionali, ma piuttosto per <strong>una sorta di referendum sul nucleare</strong>.<br />
Non mi sembra che ci sia da rallegrarsi.<br />
<a href="http://4.bp.blogspot.com/_QvS1qB2BDR0/S3n5aw85rWI/AAAAAAAAAGI/OXDQrHcOMBU/s1600-h/Elezioni_nucleare.jpg"></a>Credo che il Paese abbia una miriade di problemi sui quali occorrerebbe confrontarsi: dallo scempio urbanistico al dissesto idrogeologico, dal sistema sanitario alle politiche per l’occupazione, dal degrado morale alla corruzione dilagante, dalla qualità dell’informazione a quella dell’istruzione, dalla competitività del sistema Paese alla gestione dei rifiuti, dalle infrastrutture da realizzare al debito pubblico da sanare.</div>
<p>È su questi e molti altri temi simili che vorrei ci si confrontasse e su cui vorrei che ci si battesse. Invece si chiede il voto perché “noi siamo contrari al nucleare”.</p>
<div>Mah!<br />
Far diventare una elezione politica una sorta di referendum pro o contro il nucleare è un rischio enorme. Non per il risultato, ma per <strong>una questione di educazione civica</strong><strong>Non sono affatto convinto che oggi un referendum sul nucleare si risolverebbe contro</strong>. E non solo perché Berlusconi in TV che giura sulla testa dei propri figli che il nucleare è sicuro e indispensabile credo (purtroppo) che farebbe ancora la differenza. Ma perché <strong>constato che la maggioranza delle persone con cui parlo è timorosa dei rischi del nucleare (come di molti altri rischi) ma anche abbastanza intelligente da capire</strong> che se tutti gli altri Paesi ce l’hanno qualche motivo ci sarà pure.</div>
<p>Addirittura la scorsa settimana sono stato invitato a tenere una modesta relazione sul tema “energia e ambiente” nell’ambito delle attività giovanili di una parrocchia. Erano presenti solo una ventina di giovani sui 18-20 anni, ma con mio immenso stupore ho constatato che tutti (e credetemi: tutti) erano favorevoli all’uso dell’energia nucleare.<br />
Il problema è che <strong>decidere sul nucleare non è come decidere se si è pro o contro la caccia</strong>, pro o contro l’ergastolo, la scala mobile, la liberalizzazione delle droghe leggere o simili.<br />
Si tratta di un <strong>argomento dannatamente tecnico</strong>, che per una valutazione seria richiede competenze elevate di tipo tecnico-scientifico ed economico-politico.</p>
<p>Nessuno di voi, su una nave in un mare agitato, si sognerebbe di proporre seriamente agli altri passeggeri un referendum su chi affidarne la guida: al capitano esperto o al rag. Pascucci? Nemmeno se fosse certo che i passeggeri sceglierebbero il capitano. Invece sul nucleare &#8211; che è un po&#8217; più complesso del pilotare una nave &#8211; si crede che la massaia di Voghera (o di Canicattì) sia in grado di poter scegliere.</p>
<p>Magari vi sembrerà che il mio sia un discorso poco democratico. Io invece credo che <strong>non sia democratico pensare che ognuno possa fare quel che gli pare nel proprio orticello</strong>. Senza tener conto delle conseguenze delle proprie azioni e delle proprie scelte sul bene comune. Senza considerare che il senso profondo della vita democratica è nel sapersi porre al di fuori della propria soggettività e riflettere sulle interazioni sociali che le nostre scelte individuali hanno.</p>
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		<title>Il nucleare non danneggia la salute. Parola di Umberto Veronesi</title>
		<link>http://www.postalo.it/ambiente/20101479-il-nucleare-non-danneggia-la-salute-parola-di-umberto-veronesi.html</link>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 17:03:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>umotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il nucleare non fa male alla salute. A dirlo è uno dei più famosi scienziati italiani, Umberto Veronesi, direttore scientifico dell’Istituto europeo di Oncologia. In un articolo apparso sul numero di febbraio del mensile indipendente Le Formiche, Veronesi analizza i rischi del ritorno del nucleare in Italia, iniziando dal suo campo più specifico: «Il rischio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il nucleare non fa male alla salute. A dirlo è uno dei più famosi scienziati italiani, Umberto Veronesi, direttore scientifico dell’Istituto europeo di Oncologia.</p>
<p>In un articolo apparso sul numero di febbraio del mensile indipendente Le Formiche, Veronesi analizza i rischi del ritorno del nucleare in Italia, iniziando dal suo campo più specifico: «Il rischio cancerogeno dell’energia nucleare con i moderni reattori è di fatto vicino allo zero». Anzi: «Complessivamente i rischi dell’industria nucleare moderna sono molto inferiori a quelli di altre attività industriali, in particolare quella dei trasporti».</p>
<p>Secondo Veronesi la contrarietà di molti italiani al nucleare è legata al ricordo dell’incidente di Cernobyl, che però «era un impianto obsoleto e carente di sistemi di sicurezza», molto diverso dalle centrali attualmente in costruzione.</p>
<p>Un problema più reale è quello della gestione delle scorie radioattive, sulla cui soluzione comunque Veronesi è molto fiducioso: «sono state messe a punto tecniche di stoccaggio ad altissima sicurezza; vengono trattate per renderle inerti e quanto rimane viene sotterrato a una profondità di 600 o 800 metri, in luoghi geologicamente stabili, o conservato in blocchi di cemento e vetro all’interno di depositi isolati».</p>
<p>Veronesi è convinto che l’Italia debba puntare sul nucleare e sulle fonti di energia rinnovabili, ma fa una precisazione: per le rinnovabili «ancora non abbiamo le tecnologie che ne rendano accessibili i costi di trasformazione, e resta ancora molto da investire in ricerca tecnologica».</p>
<p>Invece il nucleare è conveniente anche economicamente. Veronesi cita uno studio patrocinato dalla Commissione europea svolto in collaborazione con il Dipartimento per l’energia degli Stati Uniti, secondo cui l’energia nucleare è economicamente competitiva: «È vero che per costruire un reattore nucleare occorre un notevole investimento, tuttavia, una volta ultimato, può funzionare per 40 anni e più a un costo di esercizio minimo. Il prezzo del combustibile nucleare infatti è molto inferiore al prezzo per chilowattora di energia elettrica».</p>
<p>Il nucleare non fa male alla salute. A dirlo è uno dei più famosi scienziati italiani, Umberto Veronesi, direttore scientifico dell’Istituto europeo di Oncologia.<br />
In un articolo apparso sul numero di febbraio del mensile indipendente Le Formiche, Veronesi analizza i rischi del ritorno del nucleare in Italia, iniziando dal suo campo più specifico: «Il rischio cancerogeno dell’energia nucleare con i moderni reattori è di fatto vicino allo zero». Anzi: «Complessivamente i rischi dell’industria nucleare moderna sono molto inferiori a quelli di altre attività industriali, in particolare quella dei trasporti».</p>
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		<title>Perché è proprio questo il momento per investire nel nucleare</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Feb 2010 09:17:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>aldocrispi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Con il gran parlare che si fa di nucleare si e nucleare no, di fonti rinnovabili che ovunque si stanno sviluppando a ritmi forsennati tranne che in Italia, di risparmio e di efficienza che sarebbero la nostra più importante fonte di energia se solo volessimo, se solo ci impegnassimo ……a noi sembra proprio che per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Con il gran parlare che si fa di nucleare si e nucleare no, di fonti rinnovabili che ovunque si stanno sviluppando a ritmi forsennati tranne che in Italia, di risparmio e di efficienza che sarebbero la nostra più importante fonte <a href="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/02/Italia_Pizzamandolino1.jpg"></a>di energia se solo volessimo, se solo ci impegnassimo ……a noi sembra proprio che <strong>per il cittadino italiano sia impossibile percepire il senso delle cose, relativamente all’energia</strong>.<br />
Anche ammesso che abbia voglia di informarsi e di diventare un cittadino più consapevole, infatti, <strong>non ha strumenti per farlo</strong>. Meglio: non gli vengono offerti strumenti per farlo.</p>
<p>Il vero problema è che l’informazione – tutti i quotidiani, senza eccezioni e senza differenza di orientamenti politici, e soprattutto la fondamentale informazione televisiva –  parlando di energia (quando lo fanno) si danno all’orgia del populismo. Sparano <strong>notiziole irrilevanti come fossero conquiste della tecnica e dello</strong> <strong>sviluppo, purché facciano sognare</strong>: le celle fotovoltaiche ai lamponi, l’economia di domani che va ad idrogeno, la centrale solare nello spazio, i batteri che mangiano rifiuti e defecano petrolio, il politico che promette (ai disoccupati di oggi) posti di lavori grazie ad un prossimo sviluppo basato solo sulle energie verdi ….</p>
<p>Nessuno che si prenda la briga di precisare che stiamo parlando di buoni propositi che nella realtà, nell’economia reale, sono (ancora) quisquilie. Nessuno che ricordi che <strong>il mondo va ancora (nell’ordine) a petrolio, carbone e gas</strong>. E soprattutto nessuno che precisi che ancora per 2-3 decenni andrà a petrolio, carbone e gas, come invece periodicamente ricorda l’Agenzia internazionale dell’energia.</p>
<p><strong>Non è dunque sui buoni propositi che si deve fare affidamento</strong> in questo contesto internazionale, in questa Italia, in questo momento. I buoni propositi vanno coltivati, finanziati, arricchiti e sviluppati. Ma intanto non si può contare sul grano seminato ieri per il pane che si vuole spezzare a tavola tra due ore. Quel grano, e solo se sapremo coltivarlo bene e farlo rendere, ci darà pane non prima di 8-10 mesi, che fuor di metafora, nel caso dell’energia, vuol dire 8-10 anni.</p>
<p><strong>Qualunque scenario si voglia immaginare</strong> per il mercato degli idrocarburi, anche nel caso che (come sembra probabile) di petrolio e gas ce ne sia molto più di quanto gli sprovveduti o gli allarmisti vogliono far credere, certamente i bassi costi degli anni ’90 ce li possiamo scordare. Sarà perché il forte aumento della domanda nei Paesi in via di sviluppo creerà tensioni sui prezzi, sarà perché le nuove risorse richiedono investimenti maggiori per essere sfruttate, sarà per altri motivi… in ogni caso i prezzi degli idrocarburi tenderanno ad aumentare. E ricordiamo che oggi il barile si sta assestando sui 70- 80 dollari, una cifra che quasi ci tranquillizza nella necessità di far buon viso al gioco corrente, ma che solo tre anni fa metteva paura.</p>
<p>Ora come ora non sembra reale il rischio di una carenza fisica di energia (salvo il sempre possibile caso di interruzioni sulle forniture dei gasdotti). Ma resta <strong>il problema dei costi</strong>. O meglio, resta il problema che tutti tacciono (dato che non possono farci niente nel breve termine) e cioè che la struttura energetica italiana è fortemente penalizzante per la nostra competitività. E lo sarà sempre di più, visto che per almeno altri dieci anni dipenderemo dal petrolio e (in maniera ancora maggiore) dal gas di importazione e che gli investimenti in fonti rinnovabili hanno costi elevatissimi in cambio di una scarsa quantità di energia e per giunta di pessima qualità.</p>
<p><strong>Anche noi vorremmo energia abbondante e pulita</strong>, senza inquinamento e a basso costo, senza impatti sul clima globale e di facile gestione. E la vorremmo presto, anzi <strong>la vorremmo subito</strong>. In qualche modo anche noi, e anche per l’energia, vorremmo tutto e subito.</p>
<p>Ma è possibile? Ed è possibile senza tener alcun conto della competizione internazionale?<br />
“La Repubblica” di oggi ci ricorda che le multinazionali stanno abbandonando l’Italia. Lo stanno facendo l’Alcoa e la Motorola, la Pfizer e l’Alcatel, la Merck Sharpe e la Videocon, la Wyeth, Severstal, Nestlè, Nokia, Glaxo, Yamaha e altre. E ci ricorda anche i motivi: «il peso della burocrazia, il costo dell’energia, la fragilità delle infrastrutture, la lentezza della giustizia civile». Due motivi su quattro hanno a che fare con l’argomento del nostro post.<br />
E il bello è che le multinazionali che se ne vanno, non lo fanno per trasferirsi in Malaysia, in India o in Vietnam. L’Alcoa ci lascia per andare in Arabia Saudita semplicemente perché là l’energia costa meno, la Nokia chiude a Cinisiello Balsamo per aprire nel Texas, la Yamaha chiude in Brianza per andare in Spagna.</p>
<p>C’è l’urgente necessità di programmare cambiamenti realistici (dal punto di vista della competitività) in tempi ragionevoli. <strong>Ecco perché è questo il momento di investire nell’energia nucleare</strong>, oltre che nell’ampliamento e nella razionalizzazione delle altre infrastrutture.</p>
<p>Diciamoci la verità: con le scelte assurde fatte in passato oggi noi paghiamo l’energia elettrica molto più degli altri Paesi, ma per quantità ne abbiamo in abbondaza. Tanta che non avremmo nessuna esigenza di nuove centrali, né nucleari, né solari, né eoliche, né di altro tipo. Ma non sarà così tra dieci anni, che è esattamente il tempo che ci serve per pianificare e realizzare un adeguato rientro dell’Italia nel nucleare. Se lasciassimo la demagogia e ci concentrassimo sul punto che – ripetiamo – è per noi fondamentale. Cioè la competitività del sistema Paese.</p>
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		<title>In Francia si può conoscere la radioattività nell’ambiente</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Feb 2010 14:05:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>umotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In Francia chiunque può sapere in tempo reale i valori della radioattività, in particolare (ma non solo) in prossimità delle centrali e degli altri siti legati all’industria nucleare. L’iniziativa, unica finora in Europa, si è concretizzata il 2 febbraio 2010 grazie a www.mesure-radioactivite.fr. Il sito raccoglie e mette a disposizione del pubblico i risultati di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In Francia chiunque può sapere in tempo reale i valori della radioattività, in particolare (ma non solo) in prossimità delle centrali e degli altri siti legati all’industria nucleare. L’iniziativa, unica finora in Europa, si è concretizzata il 2 febbraio 2010 grazie a <a href="http://www.mesure-radioactivite.fr/public/">www.mesure-radioactivite.fr</a>. Il sito raccoglie e mette a disposizione del pubblico i risultati di tutte le misurazioni dei livelli di radioattività nell’ambiente eseguite in Francia.</p>
<p>Il sito è stato sviluppato dall’Autorité de Sûreté Nucléaire (ASN) e dall’Institut de radioprotection et de sûreté nucléaire (IRSN), in collaborazione con gli altri enti interessati, fra cui il ministero della Salute, il ministero dell’Ecologia, dell’energia e dello sviluppo, la Marina, le agenzie sanitarie, le associazioni di protezione dell’ambiente e naturalmente tutti i grandi enti nucleari: EDF, ANDRA, AREVA, CEA. Il sito raccoglie così in un’unica struttura centralizzata le circa 15.000 misurazioni effettuate ogni mese dai diversi enti.</p>
<p>Inoltre, vengono riportati i documenti di sintesi sulla situazione radiologica nel territorio e la valutazione delle dosi di radioattività a cui è esposta la popolazione. È presente infine una rubrica di informazione generale sulla radioattività: che cos’è, da dove viene, quali effetti ha, come si misura.</p>
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		<title>Le molte valutazioni da fare per scegliere una fonte di energia</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Feb 2010 12:01:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>aldocrispi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quelle energetiche sono questioni davvero complesse, che non dovrebbero essere trattate con semplificazioni eccessive. Ma, ovviamente, non è nemmeno possibile fare un discorso di due ore o consultare un’enciclopedia ogni qual volta si vuole esprimere un’opinione in merito. Così si finisce a fare confronti tra questa e quella fonte sulla base di espressioni come: questa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quelle energetiche sono questioni davvero complesse, che non dovrebbero essere trattate con semplificazioni eccessive. Ma, ovviamente, non è nemmeno possibile fare un discorso di due ore o consultare un’enciclopedia ogni qual volta si vuole esprimere un’opinione in merito.<br />
Così si finisce a fare confronti tra questa e quella fonte sulla base di espressioni come: questa costa di più, quella ha meno impatti sull’ambiente eccetera.</p>
<p>In realtà anche affermazioni del tipo “questa mi piace e quella no” meritano il massimo rispetto. Purché si stia parlando di cose per uso personale.<br />
Se però si pretende di <strong>imporre le preferenze personali agli altri</strong>, beh! allora il discorso cambia.<br />
Il fatto è che in un contesto di valutazioni nazionali, alla domanda <em>con quali fonti di energia dovrebbe soddisfare le proprie esigenze elettriche oggi l’Italia?</em> non si può scegliere  <em>questa o quella fonte</em> sulla base di gusti, opinioni o interessi personali. Ci sono un po’ di valutazioni da fare. Un po’ tante, per la verità. E anche piuttosto complesse.</p>
<p>Qui di seguito ne ricordiamo solo quelle si maggiore rilievo.</p>
<p><strong>Dove si consuma l’energia?</strong> Le esigenze di un paesino su un’isola sono diverse da quelle di una grande città. Ma anche le medesime esigenze richiedono risposte diverse se l’uso è in una azienda di campagna o in un laboratorio cittadino. La necessità di 20 kW elettrici nel primo caso può essere soddisfatta in molti modi (anche autonomi, fuori rete) che nel secondo caso non sarebbero possibili.</p>
<p><strong>Quanta energia è necessaria e per quanto tempo?</strong> Di nuovo: una impresa che ha l’esigenza di 3-4 MW di potenza in una zona di campagna può trovare soluzioni che in nessun modo possono essere adottate in ambiente cittadino o comunque in un contesto diverso. Parimenti, un grande impianto industriale o una città, che hanno esigenze di decine di MW 24 ore su 24, ben difficilmente potrebbero utilizzare alcune fonti rinnovabili e rinunciare alla fornitura di elettricità in rete o all’uso di proprie centrali termoelettriche.</p>
<p><strong>Per quali usi è necessaria l’energia, in relazione alle tecnologie disponibili?</strong> Non è la stessa cosa se l’energia serve per gli elettrodomestici o l’illuminazione, per produrre calore o per usi industriali, per alimentare apparati elettronici o per far andare autoveicoli, per usi costanti senza interruzioni o per periodi ben circoscritti.</p>
<p><strong>Qual è il livello di qualità dell’energia che si ritiene accettabile?</strong> Questo è un aspetto che viene troppo spesso trascurato, e non solo in relazione alla continuità delle forniture (assenza di interruzioni). Non è un caso se negli oltre 800.000 km di cavi di distribuzione dell’elettricità che abbiamo in Italia la frequenza debba essere ovunque e sempre di 50 Herz (con variazioni di solo ±1%) e la tensione di 230 Volt (con variazioni non oltre  ±10%). Questi fattori sono importanti sempre, ma diventano fondamentali in molti casi, come, ad esempio, per l’uso di apparati elettronici. Anche il piccolo Pc con cui state leggendo, ad esempio, è estremamente interessato alla qualità dell’energia che lo alimenta, perché da essa dipende la sua stessa vita.</p>
<p><strong>Qual è il ventaglio, da un punto di vista tecnologico, delle fonti energetiche disponibili?</strong> Nel senso della loro evoluzione, disponibilità ed efficienza in relazione alle esigenze da soddisfare qui ed ora. Non tra dieci o vent’anni <em>se</em> la ricerca darà certi risultati, <em>se</em> verranno individuate nuove tecnologie, <em>se</em> l’evoluzione sociale subirà certi sviluppi eccetera.</p>
<p><strong>Quali sono i costi diretti e indiretti delle singole fonti?</strong> In relazione alle risorse economiche del Paese, ovidentemente. Ma anche in relazione a fattori diversi, come, ad esempio, l’impatto sulle vulnerabilità ambientali del territorio, gli eventuali valori aggiunti che si renderebbero disponibili (indotto industriale e commerciale, risorse secondarie rese disponibili) o che verrebbero compromessi (aspetti paesaggistici e turistici, usi alternativi del territorio).</p>
<p><strong>Qual è la garanzia di approvvigionamento delle varie fonti nel tempo?</strong> Che è importante in un’ottica di lungo periodo (decenni), ma anche in termini di ore e giorni, settimane e anni.</p>
<p><strong>Qual è il contesto internazionale in cui il Paese è collocato e in cui intende competere?</strong> Altro aspetto fondamentale che viene spesso trascurato. Ad esempio in relazione agli impegni internazionali che si prendono (come nel caso della riduzione delle emissioni climalteranti), come pure alle logiche di mercato. Ad esempio non è proprio ragionevole pensare di poter competere a lungo con gli altri Paesi Europei che, in media, hanno un costo di generazione dell’energia elettrica del 30 o del 50%% inferiore al nostro.</p>
<p><strong>Qual è lo sviluppo e il livello tecnologico del sistema di trasmissione e distribuzione di cui possiamo disporre qui ed ora?</strong> Ovviamente pur considerando le migliori opzioni possibili e le esigenze di adeguamento e aggiornamento.</p>
<p>È solo dalla <strong>valutazione ponderata e contemporanea di TUTTE queste variabili </strong>(e di altre) che può derivare una seria valutazione su quali fonti di energia optare per soddisfare le esigenze elettriche dell’Italia di oggi e dei prossimi anni.<br />
Ed è proprio perché queste valutazioni vengono fatte che <strong>tutti i Paesi industrializzati affidano grosso modo il 50% della loro generazione elettrica al carbone e al nucleare</strong>. Noi invece utilizziamo soprattutto gas (quasi tutto importato) oltre ad un po’ di carbone e di fonti rinnovabili, che sono le uniche sulle quali siamo già allineati con gli altri Paesi.</p>
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		<title>Il discorso di Obama all&#8217;America</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 11:08:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>umotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È piaciuto al 83% degli americani il discorso di Obama, a circa un anno dalla sua elezione. Ha parlato della crisi occupazionale e di come risolverla e ha menzionato la parola “posti di lavoro” per ben 29 volte. Altri temi caldi: le banche, la finanza, la riforma del sistema sanitario, energia pulita e centrali nucleari. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È piaciuto al 83% degli americani il discorso di Obama, a circa un anno dalla sua elezione. Ha parlato della crisi occupazionale e di come risolverla e ha menzionato la parola “posti di lavoro” per ben 29 volte. Altri temi caldi: le banche, la finanza, la riforma del sistema sanitario, energia pulita e centrali nucleari.</p>
<p>&#8220;US President Barack Obama placed nuclear power among the favoured sources of clean energy he said would keep America at the head of the global economy.&#8221;</p>
<p>Obama ha poi spiegato che l’America deve riuscire a raddoppiare le sue esportazioni perché questo significa incrementare i posti di lavoro. Inoltre, si dovrebbe aggredire il mercato per ritagliarsi spazi nuovi nell’economia globale e per farlo c’è bisogno di una sola cosa: educazione. Una frase a effetto riuscita: “The best anti poverty program around is a world class education”</p>
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		<title>Conti alla mano, il nucleare conviene</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 16:53:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>umotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il nucleare in Italia conviene, ma bisogna fare bene i conti per evitare di parlare di cifre senza fondamenti. Lo sostiene Luigi De Paoli, professore di economia dell’energia all’Università “Bocconi” di Milano, in un intervento sul sito Staffetta Quotidiana. Per De Paoli i principali argomenti a favore del nucleare sono tre: la lotta ai cambiamenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il nucleare in Italia conviene, ma bisogna fare bene i conti per evitare di parlare di cifre senza fondamenti. Lo sostiene Luigi De Paoli, professore di economia dell’energia all’Università “Bocconi” di Milano, in un intervento sul sito Staffetta Quotidiana.<br />
Per De Paoli i principali argomenti a favore del nucleare sono tre:<br />
la lotta ai cambiamenti climatici, il tentativo di sostituire la dipendenza dalle importazioni di combustibile fossile con attività industriali interne e la convenienza economica.<br />
Ed è proprio su questo terzo punto che, secondo De Paoli, non c’è sufficiente chiarezza.<br />
Nel mondo sono in costruzione numerosi reattori, ma la maggior parte in Paesi come la Cina, la Russia e l’India che nono sono paragonabili alla realtà italiana. L’esempio migliore secondo De Paoli viene dalla Corea del Sud, che sta costruendo 6 nuovi reattori con costi piuttosto contenuti e indotti notevoli, tanto da vendere tecnologia nucleare e puntare ai primi posti del mercato mondiale. Secondo il modello coreano, la produzione di energia nucleare verrebbe a costare poco più di 40 euro per MWh: un prezzo sicuramente conveniente per un Paese come l’Italia.<br />
La situazione europea però è diversa: nei due reattori EPR in costruzione a Olkiluoto in Finlandia e a Flamanville in Francia i lavori sono in ritardo e dunque i costi sono aumentati rispetto alle stime iniziali. La stima aggiornata della società francese EDF per il prezzo dell’energia è fra 55 e 60 euro per MWh: comunque inferiore al prezzo medio dell’elettricità italiana nel 2009 di 63,72 euro per MWh.<br />
L’Areva, che si occupa della costruzione dei reattori EPR, e l’EDF, che gestirà le centrali francesi, hanno comunque spiegato che i ritardi attuali sono legati al prototipo del reattore e alla scarsa pratica degli ingegneri: due condizioni che a regime scompariranno.<br />
Secondo De Paoli in definitiva il nucleare è comunque conveniente, ma il suo costo è anche un indicatore dell’efficienza di un sistema-Paese: una prova particolarmente significativa per l’Italia.</p>
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		<title>Germania: il governo decide di tornare al nucleare</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 11:47:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>umotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sottovoce, la Germania riabilita il nucleare. La prima potenza europea, il paese che era stato anche il primo tra i big del Vecchio continente a decidere l&#8217;addio all&#8217;uso civile dell&#8217;energia atomica, ci ripensa. E non il solo. Oltre alla decisione di Germania, Belgio e Spagna di allungare la vita delle centrali, paesi come Cina, Russia, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sottovoce, la Germania riabilita il nucleare. La prima potenza europea, il paese che era stato anche il primo tra i big del Vecchio continente a decidere l&#8217;addio all&#8217;uso civile dell&#8217;energia atomica, ci ripensa. E non il solo. Oltre alla decisione di Germania, Belgio e Spagna di allungare la vita delle centrali, paesi come Cina, Russia, India, Svezia, Emirati Arabi, Svizzera e Finlandia (oltre all’Italia) hanno in programma la costruzione di centrali nucleari. Perché è l&#8217;unica tecnologia in grado di contrastare efficacemente e su larga scala il cambiamento climatico e perché, a parità di investimento, fa risparmiare 10 volte più CO2 del solare e più del doppio dell&#8217;eolico, occupando un centesimo del territorio. Perché attualmente (vedi il caso della Germania) le energie rinnovabili non sono in grado di soddisfare il fabbisogno energetico.<br />
Ma torniamo alla Germania: dopo negoziati con i produttori di energia, il governo Merkel ha deciso  &#8211;  scrive oggi l&#8217;autorevole quotidiano conservatore Die Welt, molto vicino all&#8217;esecutivo  &#8211;  che per il momento tutti i 17 reattori nucleari resteranno in esercizio.</p>
<p>E&#8217; una sconfitta decisiva per gli avversari dell&#8217;uso civile dell&#8217;energia nucleare, e una vittoria sia per i grossi produttori di energia in Germania (Eon, Rwe, Vattenfall, EnBW) sia per i colossi industriali, Siemens prima fra tutti, che nella produzione, fornitura ed esportazione di centrali nucleari della nuova generazione hanno un punto di forza della loro strategia di global player.</p>
<p>Per l&#8217;esecutivo di Berlino l&#8217;energia nucleare resta una &#8216;soluzione-ponte&#8217;. Ma il ponte si allunga nel tempo a venire, in sostanza: è necessario molto più tempo di uso dei 17 reattori in esercizio, finché le energie rinnovabili ed ecologiche non saranno in grado di fornire significativamente più del 20 per cento del fabbisogno energetico nazionale. &#8220;In Germania&#8221;, scrive il commento di Die Welt, &#8220;abbiamo posto limiti massimi d&#8217;uso di un reattore nucleare a 35 anni, negli Usa e in Svezia li usano per 60 anni&#8221;.</p>
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		<title>Perché gli Stati Uniti rischiano di perdere la leadership</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Jan 2010 10:59:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>umotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I recenti successi dell’industria nucleare sudcoreana, e i grandi progetti di sviluppo della Cina, dell’India e dei Paesi arabi, rischiano di far perdere agli Stati Uniti la leadership mondiale del nucleare, a vantaggio dell’Asia. L’allarme è stato lanciato da Richard C. Hill, ex professore di ingegneria all’Università del Maine, con un articolo pubblicato sul quotidiano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I recenti successi dell’industria nucleare sudcoreana, e i grandi progetti di sviluppo della Cina, dell’India e dei Paesi arabi, rischiano di far perdere agli Stati Uniti la leadership mondiale del nucleare, a vantaggio dell’Asia. L’allarme è stato lanciato da Richard C. Hill, ex professore di ingegneria all’Università del Maine, con un articolo pubblicato sul quotidiano Bangor Daily News.</p>
<p>Hill nota che gli Emirati Arabi Uniti, nonostante siano il terzo esportatore di petrolio al mondo, hanno lanciato un gigantesco programma nucleare affidandolo alla Corea del Sud, la quale, a sua volta, sta negoziando altri contratti con l’India, la Giordania e la Turchia. I Paesi occidentali, a partire da Stati Uniti e Francia, i capofila del nucleare, stanno a guardare.</p>
<p>Hill cita il segretario dell’energia degli Stati Uniti, Steven Chu, secondo cui il sistema di ricerca e sviluppo americano è ancora il migliore del mondo, e che può guidare la nuova rivoluzione industriale globale verso le energie pulite. «Ma – si chiede Hill – di cosa sta parlando Chu? Delle energie rinnovabili o del nucleare?». Un enorme vantaggio del nucleare rispetto al solare e all’eolico è che le centrali si possono costruire vicino ai centri che ne hanno bisogno, e non in zone necessariamente soleggiate o ventose: si possono evitare così spaventose reti di cavi ad alta tensione.</p>
<p>Secondo Hill, molti potenziali investitori nel nucleare sono intimoriti dai troppi vincoli posti dalle normative rispetto ai concorrenti asiatici. A Chu l’onere di rilanciare gli Stati Uniti e l’Occidente sul mercato del nucleare.</p>
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		<title>C&#8217;è ancora qualcuno convinto che il nucleare sia in declino</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Jan 2010 09:22:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>aldocrispi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ieri ho seguito un convegno organizzato dall&#8217;Enea alla Casaccia, presso Roma. C&#8217;erano parecchi giornalisti, qualcuno anche di organi di informazione ambientalista, apertamente antinucleari. Ad un certo punto uno di questi, con cui ho amichevoli rapporti di lavoro da anni, si gira e mi fa: «di un po&#8217;, tu che sei un nuclearista convinto. Me lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>Ieri ho seguito un convegno organizzato dall&#8217;Enea alla Casaccia, presso Roma.  C&#8217;erano parecchi giornalisti, qualcuno anche di organi di informazione  ambientalista, apertamente antinucleari. Ad un certo punto uno di questi, con  cui ho amichevoli rapporti di lavoro da anni, si gira e mi fa: «di un po&#8217;, tu  che sei un nuclearista convinto. Me lo spieghi perchè c&#8217;è questa fregola per  riaprire il nucleare in Italia, visto che è una tecnologia in declino in tutto  il mondo? C&#8217;è la Cina e magari qualche altro Paese sfigato che fa qualcosa, non  lo so&#8230; ma in occidente è tutto fermo da trent&#8217;anni. Chi ha interesse a tirarlo  fuori ora, in Italia, a parte i soliti industriali?».</div>
<p>Mi sono limitato  a guardarlo e a dirgli «Lascia perdere. L&#8217;unica cosa giusta che hai detto è che  <em>non sai</em>».</p>
<p>C&#8217;è ancora qualcuno convinto che il nucleare in  occidente sia in declino. Allora provo a sintetizzarne in poche righe la  storia.</p>
<p>Lo sviluppo dell’energia nucleare può essere suddiviso grosso  modo in tre grandi periodi:<br />
<strong>&#8211;  dal 1954 al 1975</strong>. In questi  anni la potenza nucleare installata è passata da zero a 75.000 MW, con una media  di 3.500 nuovi MW in servizio ogni anno<br />
&#8211;  <strong>dal 1976 al  1988</strong>. È il periodo di grande espansione del nucleare: si è passati da  75.000 MW a 300.000 MW, con una media di 17.000 nuovi MW in servizio ogni  anno<br />
&#8211;  <strong>dal 1989 al 2008</strong>. La potenza complessiva è passata  da 300.000 MW a 372.000 MW, con una media di circa 4.000 MW aggiuntivi l’anno,  tra nuova potenza e up-grading di impianti esistenti.</p>
<p>È inoltre  interessante osservare che <strong>l’energia elettronucleare prodotta ha avuto  un tasso di crescita superiore a quello della potenza installata</strong>,  grazie al miglioramento nell’affidabilità degli impianti, che hanno  costantemente aumentato la loro disponibilità programmata (cioè le ore dell&#8217;anno  in cui hanno prodotto energia). Nel secondo periodo (1976-1988) la potenza  installata è infatti aumentata di circa il 300%, mentre la generazione elettrica  annua è passata dai circa 400 miliardi di kWh del 1976 ai 1.800 miliardi di kWh  del 1988 (+350%). Nel terzo periodo (1989 – 1988) la potenza installata è  aumentata del 24%, mentre l’energia generata è passata da 1.800 miliardi di kWh  a 2.610 miliardi di kWh (+ 45%).</p>
<p>É vero che i dati esposti registrano  negli anni più recenti una notevole riduzione della nuova potenza media annua  rispetto al periodo di maggiore espansione. Tuttavia il rallentamento nella  costruzione di nuovi impianti non può essere attribuito ad un ripensamento  sull’uso della fonte nucleare, quanto al fatto che <strong>i Paesi occidentali  avevano completato i programmi che si erano prefissati negli anni ’70 e  ‘80</strong>, raggiungendo il mix di generazione elettrica ritenuto ottimale per  proprie esigenze. Poi, il crollo del prezzo del petrolio registrato dalla metà  degli anni ’80 (che per 15 anni, fino al 1999, si è mantenuto su livelli  bassissimi) ha reso economicamente poco conveniente investire nelle tecnologie  energetiche che prevedono rilevanti investimenti iniziali, cosa che ha  riguardato il nucleare, ma anche tutte le nuove fonti rinnovabili, che,  infatti, fino al 2000 sono rimaste ferme ai nastri di partenza.<br />
Ma a partire  dal 2001, a fronte del notevole incremento del costo dei combustibili fossili,  si è tornato a definire nuovi piani di espansione del nucleare non solo nei  Paesi in via di sviluppo, ma anche negli USA e in molti Paesi  europei.<br />
Attualmente (dicembre 2009) nel mondo <strong>vi sono 56 centrali  nucleari in costruzione per un totale di 51.700 MW</strong> (<em>fonte: <a href="http://www.euronuclear.org/info/npp-ww.htm">European Nuclear  Society</a></em>). La maggior parte è nei Paesi asiatici (20 in Cina, 6 nella  Corea del sud e 5 in India) ma ve ne sono ben 17 in Europa (6 nella UE, 9 in  Russia e 2 nell&#8217;Ucraina). Anche glki USA stanno ricominciando, anche se, per  ora, i lavori sono iniziati solo per una centrale.</p>
<p>Oltre a queste  centrali effettivamente in costruzione vi sono poi <strong>altre 130 centrali  pianificate</strong>, per circa 142.800 MW. E si noti che &#8220;pianificate&#8221;, in  gergo tecnico, non vuol dire centrali di cui genericamente si parla, bensì  progetti presentati di cui si è programmato l&#8217;inizio dei lavori entro i prossimi  2-4 anni.</p>
<p>Infine va ricordato che in occidente il business del momento è  nel ripotenziamento e nell&#8217;allungamento (in genere per altri 20 anni circa)  della vita delle centrali in servizio. Cosa che sta creando una gran giro di  affari in quasi tutti i Paesi che si avvalgono dell&#8217;energia  elettronucleare.</p>
<p>A me non sembra proprio un&#8217;industria in declino. A voi?</p>
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		<title>Chi rema contro il nucleare, nel mare di gas?</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Jan 2010 10:21:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>aldocrispi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Uno dei maggiori esperti italiani di energia, Giovanbattista Zorzoli (nella foto), ha pubblicato un paio di giorni fa sulla Staffetta Quotidiana (una agenzia di informazione specializzata in energia, necessariamente letta solo dagli operatori di settore, dato il costo di abbonamento) un commento dal titolo “Chi rema contro il nucleare”. Nel quale illustra con efficacia quanto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Uno dei maggiori esperti italiani di energia, Giovanbattista Zorzoli (<em>nella  foto</em>), ha pubblicato un paio di giorni fa sulla <em>Staffetta  Quotidiana</em> (una agenzia di informazione specializzata in energia,  necessariamente letta solo dagli operatori di settore, dato il costo di  abbonamento) un commento dal titolo “<strong>Chi rema contro il  nucleare</strong>”. Nel quale illustra con efficacia quanto pesantemente il  settore elettrico nazionale sia sbilanciato sul gas: nel <strong>2013 ci saranno  in Italia non meno di 213 centrali a ciclo combinato a gas per una potenza  complessiva di circa 50.000 MW</strong>, e questo in presenza di una  <strong>domanda di picco che è poco superiore ai 55.000 MW</strong>. Impianti  che non possono funzionare a piena potenza, perché non si saprebbe cosa fare  dell’energia prodotta. E infatti nel 2008 i cicli combinati in esercizio hanno  funzionato solo per 4.000 ore (meno del 50% delle 8.760 ore dell’anno),  crollando poi sotto le 3.000 ore nel 2009.</p>
<p>Nel frattempo, per esigenze di  diversificazione degli approvvigionamenti, si stanno realizzando impianti per la  rigassificazione del <strong>GNL, che nel 2015 saranno in grado di rendere  disponibile una ulteriore quantità di gas di circa 40 miliardi di metri  cubi</strong> (ben più dei 34 miliardi di metri cubi bruciati dai cicli  combinati nel 2008).<br />
Inoltre si stanno realizzando un gran numero di  <strong>impianti a fonti rinnovabili</strong>, per potenze che non sono  eclatanti, ma che comunque incidono, visto che la produzione rinnovabile ha la  precedenza su tutte le altre e che, quindi, ogni kWh verde immesso in rete va a  togliere una pari quantità di kWh a gas.<br />
Ma <strong>lo stesso discorso delle  rinnovabili vale per l’eventuale produzione nucleare</strong>: una volta  realizzate le centrali (cioè risolto il problema dell’investimento iniziale) il  kWh nucleare verrà prodotto con spese irrisorie rispetto al kWh a gas. E quindi  sarebbe assurdo non immettere in rete un kWh che viene poi (ripetiamo, dopo  l’investimento iniziale) prodotto a costi bassissimi.</p>
<p>Stando così le  cose, <strong>afferma Zorzoli</strong>, «non è azzardato ipotizzare sorde, ma  non per questo meno efficaci, resistenze al nucleare da parte di un&#8217;importante  frazione del mondo industriale italiano, che per altro già si sono manifestate  con i tentativi di mettere il bastone fra le ruote ai meccanismi che  garantiscono lo sviluppo delle fonti rinnovabili. Dove però, oltre che sulla  capacità di reazione interna, come in altri casi si può contare sui vincoli che  ci impone l&#8217;Europa. Non è così per il nucleare. A maggior conforto di queste  analisi, sono andato a rileggermi le vecchie carte che conservo sulle vicende  del primo nucleare. Sarà un caso, ma l&#8217;accentuazione e l&#8217;allargamento delle  proteste contro il programma nucleare di allora si sono avuti nei primi anni &#8217;80  (<em>cioè molti anni prima del referendum che nel 1987 ci fece uscire dal  nucleare, n.d.r.</em>), in coincidenza con l&#8217;avvio della realizzazione del  gasdotto Algeria-Italia».</p>
<p>A commento posso solo aggiungere che  <strong>capisco il punto di vista degli operatori del gas</strong>. Con la  liberalizzazione del mercato è caduta ogni tentativo di pianificazione  energetica, con la quale si sarebbe potuto tentare di diversificare le fonti di  energia e i Paesi di provenienza, nonchè pianificare una ordinata realizzazione  di nuovi impianti in funzione delle aree di consumo e della rete. Si è invece  consentito a chiunque fosse in grado di speculare sulle opportunità finanziarie  offerte dalla debole struttura energetica italiana. Con il risultato che  <strong>si sono realizzate solo centrali a gas</strong>, cioè quelle più  funzionali agli investori, perchè a minore intensità di capitale iniziale e con  minori tempi di realizzazione (anche la speculazione ha le sue esigenze!).  Peccato che siano anche quelle più costose, in termini di energia da pagare in  bolletta. Ma se io avessi investito centinaia di milioni con l’obiettivo di  lucrosi guadagni entro pochi anni, beh! confesso che mi seccherebbe alquanto se  ora mi vedessi sacrificato in favore di altre fonti di energia più convenienti,  più sicure nel medio-lungo termine e senza emissioni di CO2.</p>
<p>Ma allora  <strong>occorre anche chiedersi se è un dovere sacrificarsi per l’interesse di  chi ha speculato sul gas</strong>, o se non sia invece il caso di pensare al  bene comune.<br />
<strong>Se si preferisce l&#8217;interesse nazionale, è proprio questo  il momento di investire sul nucleare</strong>. Perché i prezzi del petrolio e  del gas stanno già tornando a salire e saliranno molto nei prossimi anni, perché  le fonti rinnovabili sono necessarie ma anche costosissime e perché il gas non è  eterno.<br />
Nella sostanza <strong>è prevedibile che la situazione energetica  internazionale rimanga sotto controllo (seppure a costi via via crescenti) per  una decina di anni</strong>. Che è giusto il tempo che ci rimane per  diversificare il nostro mix energetico e <strong>impostare un sistema elettrico  che tenga conto anche dei costi, della sicurezza delle forniture e della  necessità di ridurre le emissioni</strong>. E, fortunatamente, è anche giusto il  tempo necessario per realizzare le nuove centrali nucleari, oltre che iniziare a  ridurre i costi delle fonti rinnovabili.</p>
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		<title>Il nucleare italiano</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jan 2010 14:45:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>umotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In Italia, il nucleare già c&#8217;è. Così l&#8217;impegno del governo per avviare 4 impiantientro il 2020 può trasformarsi in un appuntamento di business per l&#8217;intero sistema Italia. Strano a dirsi, infatti, ma in un Paese che ha abbandonato l&#8217;atomo nel 1987 ci sono oltre 150 imprese, che costruiscono parti ad altissimo contenuto tecnologico per i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In Italia, il nucleare già c&#8217;è. Così l&#8217;impegno del governo per avviare 4 impiantientro il 2020 può trasformarsi in un appuntamento di business per l&#8217;intero sistema Italia. Strano a dirsi, infatti, ma in un Paese che ha abbandonato l&#8217;atomo nel 1987 ci sono oltre 150 imprese, che costruiscono parti ad altissimo contenuto tecnologico per i reattori nucleari di terza generazione avanzata. Non solo. Sono oltre 3.500, a oggi, i dipendenti delle stesse imprese con curriculum professionali specializzati in materia nucleare.</p>
<p>L&#8217;avvio del programma italiano aumenterà la richiesta di manodopera nel comparto. L&#8217;identikit dell&#8217;eccellenza italiana è costruito su un nucleo di aziende concentrato in larga parte nel Nord Italia. È la Lombardia a fare la parte del leone.</p>
<p>Un esempio dell&#8217;avanguardia raggiunta dall&#8217;industria tricolore è dato dal caso della Tectubi Raccordi. Installata a Podenzano, paesino in provincia di Piacenza, e nata nel 1954, opera in tre cantieri nucleari: Francia, Finlandia e Cina. Nel 2009 ha ottenuto il premio per l&#8217;innovazione assegnato da Ernst&amp;Young, che l&#8217;ha valutata azienda dell&#8217;anno. Insomma un complesso industriale-nucleare scelto a livello internazionale dai grandi committenti. E che si ritroverà Roma martedì prossimo a Viale dell&#8217;Astronomia.</p>
<p>L&#8217;occasione è infatti la giornata organizzata da Confindustria ed Enel per presentare alle imprese italiane, potenzialmente interessate alla filiera del nucleare, le informazioni utili per intraprendere il percorso di qualificazione per operare nel settore. E approfittare del progetto di Enel per riportare il nucleare in Italia che revede investimenti tra i 16 e i 18 miliardi di euro con ricadute nel contesto economico e occupazionale italiano.</p>
<p>Le aziende che hanno aderito sono tante. Finora oltre 400. Un segnale dell&#8217;interesse e della motivazione degli imprenditori italiani. Le cifre in gioco giustificano l&#8217;entusiasmo. Il 70% dei lavori di costruzione di una centrale nucleare può essere realizzato da imprese italiane: ingegneria, meccanica, elettronica ed elettrotecnica, montaggi, opere civili. Le quattro centrali in programma costano 4,5 miliardi l&#8217;una con un investimento di 18 miliardi. Ebbene 12 di questi possono restare alle imprese italiane. Di questi tempi la torta è allettante.</p>
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		<title>Centrali e radiazioni nucleari</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Jan 2010 16:47:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>umotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A seguito dello studio del BsF, il Ministero dell’Ambiente tedesco ha commissionato uno studio di verifica alla Commissione nazionale di Protezione Radiologica, la quale è stata categorica nell&#8217;affermare che non esiste alcuna evidenza su quanto affermato nello studio BfS. Tant&#8217;è che il Governo tedesco si è guardato bene dallo sgombrare bambini d&#8217;intorno alle centrali. Ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A seguito dello studio del BsF, il Ministero dell’Ambiente tedesco ha commissionato uno studio di verifica alla Commissione nazionale di Protezione Radiologica, la quale è stata categorica nell&#8217;affermare che non esiste alcuna evidenza su quanto affermato nello studio BfS. Tant&#8217;è che il Governo tedesco si è guardato bene dallo sgombrare bambini d&#8217;intorno alle centrali. Ha invece fatto quello che tutti gli chiedevano di fare. Cioè niente, a parte confermare la fiducia nella sicurezza delle centrali, di cui ha recentemente allungato di altri 20 la vita. Così come lo spagnolo Zapatero che ha preso una misura identica, od Obama e Gordon Brown che addirittura ne stanno promuovendo di nuove.</p>
<p>In Italia non ci sono centrali nucleari, eppure è noto che il tasso di tumori e leucemie infantili sia da noi superiore a quello di tutti gli altri Paesi industrializzati. Una percentuale molto superiore alla media di Francia, Germania, Gran Bretagna, Svezia e Spagna, che il nucleare ce l&#8217;hanno in casa.<br />
Come mai la vita media dei francesi e dei giapponesi è allineata a quella di tutti i paesi OCSE? e come mai gli operai(e) delle centrali nucleari francesi e giapponesi hanno una vita media pari a quella di tutti i francesi e giapponesi? </p>
<p><strong>E sempre sulla radioattività &#8230;</strong><br />
Viviamo immersi in un bagno di radioattività, anche se a dosi basse che variano a luogo a luogo. In India o in Brasile, la radioattività di base è dieci volte superiore a quella media italiana. In Italia la dose di radioattività naturale a cui è sottoposto annualmente ciascun individuo è pari all’incirca alla dose associata a una radiografia del torace moltiplicata per venti. Anche se non tutti se la passano allo stesso modo: Roma ha una radioattività doppia rispetto a Milano. Viterbo è tra le zone a più alta radioattività naturale. La situazione poi volge al paradossale quando si legge della curiosa vicenda riportata da Piero Angela nel suo libro “La sfida del secolo” e accaduto in occasione delle riprese di una puntata speciale di Super Quark su Chernobyl. “ Per sicurezza tutta la troupe è stata dotata di un dosimetro, cioè un apparecchio in grado di misurare le radiazioni assorbite. Poiché per le riprese dello Speciale dovevamo entrare nella zona interdetta, cioè entro i 30 chilometri dalla centrale, ci è sembrata una precauzione necessaria . infatti, non solo abbiamo visitato e girato, la cittadina fantasma di Pripjat, la più vicina alla centrale, ma ci siamo anche avvicinati a meno di 100 metri dal “sarcofago”, dove sono rinchiuse le rovine radioattive del disastro nucleare. Ebbene, prima di partire, il direttore della fotografia, oltre al dosimetro da portare addosso , se ne era fatto consegnare un altro che aveva lasciato nella sua abitazione a Roma. Sorpresa. Quando al ritorno siamo andati a leggere i dosimetri, quello rimasto a Roma aveva registrato una dose di radiazioni maggiore di quelli che avevamo indossato per tutto il viaggio nella zona interdetta e nella visita alla centrale di Chernobyl. Almeno nella nostra esperienza, vivere a Roma comporta una dose di radiazioni più alta di quella assorbita nella zona intorno a Chernobyl.”</p>
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		<title>Abitare vicino alle centrali nucleari riduce il rischio di leucemia nei bambini</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Jan 2010 10:43:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>aldocrispi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’articolo pubblicato ieri da Repubblica sui presunti rischi per la salute di bambini che vivono presso centrali nucleari (La centrale come vicino di casa: pericolo leucemia per i bambini) mi ha lasciato stupefatto. Non tanto per la tesi, che è l’ennesima panzana ideologica, buttata lì con la speranza di farne una mezza verità. Quanto perché [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’articolo pubblicato ieri da Repubblica sui presunti rischi per la salute di  bambini che vivono presso centrali nucleari (<em>La centrale come vicino di  casa: pericolo leucemia per i bambini</em>) mi ha lasciato stupefatto.<br />
Non  tanto per la tesi, che è l’<strong>ennesima panzana ideologica, buttata lì con  la speranza di farne una mezza verità</strong>. Quanto perché a “buttarla lì” è  un giornale che dovrebbe essere serio, e che – per quanto mi riguarda &#8211; è anche  il mio giornale preferito. E lo è perché credo che, in generale, sia tra i più  indipendenti e seri. Ma non per l&#8217;informazione sull’energia (e sul nucleare in  particolare), che a mio avviso può definirsi con un solo nome:  <strong>informazione ideologica</strong>, come il caso dell’articolo sopra  citato sembra dimostrare.</p>
<div><a href="http://4.bp.blogspot.com/_QvS1qB2BDR0/S07frjxxLLI/AAAAAAAAAEY/aNz_MHP1vDI/s1600-h/nucleare+e+bimbo.jpg"><br />
</a></div>
<p>Intanto l’impaginazione. Una intera pagina con  abbondanza di illustrazioni, che per chi sa qualcosa di informazione la dice  lunga sul risalto che si intendeva dare alla cosa. Inoltre l’autore  (<strong>Francesco Bottaccioli</strong>) è presentato con un bell’asterisco che  rimanda alla sua carica, tanto per chiarire che si tratta di una persona  autorevole. In radioprotezione? Macché, Bottaccioli, riporta Repubblica, è  “<strong>Presidente onorario della Società italiana di  psiconeuroendocrinoimmunologia</strong>”. Con un nome simile deve essere per  forza una cosa seria, e, per quanto ne so, può anche essere: non ho alcuna  competenza in materia. Ma confesso anche che, consultando il sito della società,  qualche perplessità mi rimane: «La psiconeuroendocrinoimmunologia – si legge sul  sito della PNEI &#8211; studia l’organismo umano nella sua interezza e nel suo  fondamentale rapporto con l’ambiente, nell’accezione più vasta del termine. Con  la PNEI si afferma, pertanto, una visione olistica, scientificamente fondata,  della medicina, che consente il dialogo e il <strong>recupero di tradizioni  mediche antiche e non convenzionali</strong> che si prestano alla verifica  scientifica, nel quadro di una medicina integrata, di una <strong>nuova,  superiore, sintesi medica</strong>».</p>
<p>Poi i contenuti. Che ovviamente sono  di responsabilità del Bottaccioli. Ma sbaglio se penso che pubblicandoli così,  con tale risalto, senza una sola parola di cautela, Repubblica li avvalli?</p>
<p>Sulle tecnologie energetiche mi aspetteri che proprio <strong>Repubblica  (prima o poi) si decida ad avviare un dibattito serio sull’energia  nucleare.</strong> Nell&#8217;unico senso che credo debba interessare un grande  giornale di informazione che  intenda contribuire all’evoluzione di un Paese che  è democratico, industrializzato, in evoluzione e che compete in una economia di  mercato. Un giornale che pertanto si preoccupi di dare, anche sul nucleare, una  <strong>informazione</strong>:<br />
<strong>&#8211; critica</strong>, che è alla base  della democrazia (confronto tra posizioni diverse e verifica che tali posizioni  si basino su dati di fatto e non su preconcetti)<br />
<strong>&#8211; che tenga conto  delle evoluzioni delle tecnologie</strong> (anche in rapporto alle esigenze  tecnologiche della società e del suo sistema  produttivo)<br />
<strong>&#8211;</strong> <strong>che valuti la prevedibile evoluzione  sociale</strong> (ad esempio sui consumi di energia in termini quantitativi e  qualitativi)<br />
<strong>&#8211; e che tenga presente i costi e i fattori di  competitività</strong> (non mi stancherò mai di ricordare che, secondo i dati  ufficiali della UE e dell’OCSE, l’industria italiana paga l’energia elettrica  dal 30 al 50% in più delle industrie dei Paesi con cui vorrebbe  competere).</p>
<p>Magari, da un simile impegno informativo, non verrebbero solo  dati a favore del nucleare. Ma, certo, <strong>continuare a dare solo  informazioni prevenute e di parte non aiuta</strong>.</p>
<p>Con lo stesso  metodo usato da Repubblica, potrei tranquillamente scrivere un articolo che  titola: “<strong>Abitare vicino alle centrali nucleari riduce il rischio di  leucemia nei bambini</strong>”. E avrei un mare di dati a sostegni. Ad esempio:  in Italia non ci sono centrali nucleari, eppure è noto che il tasso di tumori e  leucemie infantili sia da noi superiore a quello di tutti gli altri Paesi  industrializzati ( <a href="http://news.paginemediche.it/it/230/ultime-notizie/oncologia/agi-news/detail_89799_aumento-record-in-italia-per-i-tumori-pediatrici.aspx?c1=72&amp;c2=5938">vedi  qui</a> oppure <a href="http://www.euro.who.int/Document/EHI/ENHIS_Factsheet_4_1.pdf">vedi qui</a> la tabella nella prima pagina). Una percentuale molto superiore alla media di  Francia, Germania, Gran Bretagna, Svezia e Spagna, che nel nucleare ci  sguazzano. <em>Ergo</em>: è evidente che la vicinanza alle centrali  elettronucleari, relativamente ai tumori, fa bene alla  salute.</p>
<p><strong>Questo modo di ragionare è idiota</strong>, anche se un  buontempone potrebbe affermare che è basato su dati di fatto. L’articolo di  Bottaccioli pubblicato da Repubblica è idiota, e in più anche male  informato.</p>
<p>Idiota perché si concentra su una causa ignota per dimostrare  per forza qualcosa per partito preso. Tra l’altro Bottaccioli sa benissimo (lo  scrive pure!) che lo studio da lui citato <strong>non</strong> dice che presso  le centrali nucleari tedesche si registra un maggior tasso di leucemia dovuto  alle centrali. <strong>Dice invece che non se ne conoscono le cause</strong>.  Che non è la stessa cosa (e infatti sono state ipotizzate anche cause che nulla  hanno a che vedere con il nucleare).</p>
<p>Male informato, perché non sa che lo  studio BfS da lui citato afferma (a pagina 16, paragrafo “Attributable Risks”,  vedi il link sotto): «<em>This means that under the model assumptions, 29 of the  13,373 cases diagnosed with cancer at less than 5 years of age from 1980 to 2003  in Germany, i.e. 1.2 cases per year, could be attributed to living within the  5-km area of a German NPP</em>». Ossia si parla di 29 casi su 13.373. E una  incidenza dello 0,22%, in statistica, non vuol dire niente. E infatti poco dopo  lo stesso studio aggiunge: «<em>These estimates are rather inconclusive because  they are based on a very small number of cases</em>». Cioè il numero di casi è  talmente basso che i relatori dello studio non ci credono loro per  primi.</p>
<p>E soprattutto Bottaccioli ignora che, a seguito dello studio del  BsF, il Ministero dell’Ambiente tedesco ha commissionato uno <strong>studio di  verifica alla Commissione nazionale di Protezione Radiologica</strong>, la quale  è stata categorica nell&#8217;affermare che non esiste alcuna evidenza su quanto  affermato nello studio BfS. Tant&#8217;è che il Governo tedesco si è guardato bene  dallo sgombrare bambini d&#8217;intorno alle centrali. Ha invece fatto quello che  tutti gli chiedevano di fare. Cioè niente, a parte confermare la fiducia nella  sicurezza delle centrali, di cui ha recentemente allungato di altri 20 la  vita.</p>
<p>Preciso che <strong>non sapevo nulla dello studio citato da  Bottaccioli prima di leggere l’articolo di Repubblica</strong>. Ci ho messo meno  di 15 minuti a rintracciare su Internet lo studio in questione, e, nel farlo, a  venire quasi automaticamente a conoscenza del successivo studio del Ministero  dell’Ambiente tedesco che lo smentisce, oltre ad una decina di altri articoli di  autorevoli radio-protezionisti che spiegano come e perché quello studio non  porti ad alcuna conclusione che riguardi le attività elettronucleari. <strong>15  minuti per rintracciare i documenti e un paio d’ore per studiarli</strong>. Io  sono certamente di una abilità mostruosa, ma, cercando bene, forse, magari anche  a Repubblica c&#8217;è qualcuno che con un po’ di buona volontà avrebbe potuto fare lo  stesso. Se fossero stati interessati a informare, anziché a comunicare idee  preconcette.</p>
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		<title>Eppure in Europa fanno quasi a gara per avere le centrali</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jan 2010 16:31:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>umotta</dc:creator>
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		<category><![CDATA[centrali]]></category>
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		<description><![CDATA[Sul giornale La Provincia di Como leggo un intervento molto interessante di Carlo Sidoli, ingegnere e giornalista specializzato. Vale la pena riflettere sul fatto che l&#8217;Italia è un Paese che oggi come oggi &#8220;funziona&#8221; ad energia nucleare perché il 20% circa della corrente che utilizziamo è prodotta da centrali nucleari, molto vicine ai nostri confini. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sul giornale La Provincia di Como leggo un intervento molto interessante di Carlo Sidoli, ingegnere e giornalista specializzato.<br />
Vale la pena riflettere sul fatto che l&#8217;Italia è un Paese che oggi come oggi &#8220;funziona&#8221; ad energia nucleare perché il 20% circa della corrente che utilizziamo è prodotta da centrali nucleari, molto vicine ai nostri confini.<br />
Quindi il referendum dell&#8217;87 non ci ha liberato né può liberarci dai &#8220;pericoli&#8221; del nucleare (che sono due: ipotetiche emanazioni ed effettiva produzione di scorie radioattive). Esso li ha solo allontanati in modo insignificante dal suolo patrio danneggiandoci però in modo determinante sul piano decisionale perché non siamo nella &#8220;stanza dei bottoni&#8221; e quindi potremmo subire l&#8217;arma del ricatto energetico, che già subiamo (tutti abbiamo avuto modo di accorgercene) dai Paesi produttori di petrolio e metano.</p>
<p>Le emissioni<br />
Produrre, come fa l&#8217;Italia, il 50% circa dell&#8217;energia tramite centrali termiche ci costa e ci costerà moltissimo sul piano della riduzione delle emissioni atmosferiche inquinanti: oltre 200 Euro all&#8217;anno per abitante contro i 3 Euro/anno della Germania (che va di nucleare al 33 %, come la media europea) e contro i 2 Euro/anno circa della Francia, che con la sua sessantina di reattori va di nucleare all&#8217;80% circa.</p>
<p>Questo se vogliamo rispettare il protocollo di Kyoto. In definitiva, proprio per non addentrarci troppo nello specifico tecnico, basti dire che, oggi come oggi, 8 centrali nucleari &#8220;tipo Caorso&#8221; lavorano esclusivamente per l&#8217;Italia qui vicino, a due passi da casa; nel frattempo paghiamo l&#8217;energia elettrica il 60% in più del costo medio europeo e il doppio della Francia. I Comuni che hanno sul proprio territorio una centrale nucleare godono di alcuni importanti vantaggi di tipo economico e paesaggistico. Credo che sia facilmente negoziabile ed ottenibile la fornitura elettrica gratuita, il teleriscaldamento, l&#8217;acqua calda sanitaria gratuita. Attorno alla centrale sorgerebbe un autentico parco naturale di rispetto ambientale. Le attività di manutenzione e controllo del territorio darebbero lavoro a molte persone</p>
<p>I controlli<br />
Paradossalmente la centrale nucleare è il luogo più controllato sullo stato di salute dell&#8217;aria e più tecnologicamente avanzato del Paese. Quando avvenne in Unione Sovietica il &#8220;fattaccio di Cernobyl&#8221; se ne accorsero in Svezia proprio vicino alle loro centrali nucleari perché era lì dove in controlli erano sempre all&#8217;erta. Fare i &#8220;denuclearizzati&#8221; è una scelta rispettabilissima a patto di illustrare le cose obiettivamente sapendo le spese collegate e cosa si addossa sulle spalle dei cittadini, magari i più poveri e i senza lavoro. Non desta meraviglia che per l&#8217;allocazione in Normandia di una nuova centrale nucleare, tre Comuni abbiano concorso per aggiudicarsela. Sono certo che alcuni ambientalisti, categoria alla quale mi sento di appartenere, protesteranno per quanto sto per dire. Il geologo ha ritenuto inopportuno un sito nucleare in una zona quale sarebbe il Pian di Spagna preferendo il Mantovano? Peccato, avremo gli stessi ipotetici rischi e nessun vantaggio.</p>
<p>I costi<br />
Il nucleare costa troppo? Strano, la Francia ci guadagna ed è ormai provato, con ben oltre 400 impianti nel mondo, che una centrale &#8220;rende&#8221; a fine vita (presumibilmente una ventina di anni) almeno 80 volte il capitale energetico investito, cioè costi quello che costi si ripaga in pochi mesi e non &#8220;in tempi lunghissimi&#8221; e i conti si fanno alla fine, non all&#8217;inizio altrimenti non avremmo mai realizzato nemmeno l&#8217;&#8221;elettroidraulico&#8221; (hanno idea di cosa costi una diga?) di cui è ricca la Valtellina.</p>
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		<title>Potenziamento, il nuovo business nucleare USA</title>
		<link>http://www.postalo.it/energia/20101222-potenziamento-il-nuovo-business-nucleare-usa.html</link>
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		<pubDate>Wed, 13 Jan 2010 11:36:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>aldocrispi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[efficienza energetica]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono sempre più le aziende americane che decidono di aumentare la potenza dei propri reattori nucleari già in funzione. Si tratta di un mercato di oltre 25 miliardi di dollari solo negli Stati Uniti, secondo Jim Bernhard, presidente della società energetica Shaw. In occasione della recente presentazione dei risultati del Gruppo, Bernhard ha sottolineato che 37 dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono sempre più le aziende americane che decidono di <strong>aumentare  la potenza dei propri reattori nucleari già in funzione. </strong>Si tratta di  un mercato di oltre <strong>25 miliardi di dollari</strong> solo negli Stati  Uniti, secondo Jim Bernhard, presidente della società energetica  <strong>Shaw</strong>.<br />
In occasione della recente presentazione dei risultati  del Gruppo, Bernhard ha sottolineato che <strong>37 dei 104 reattori americani  in esercizio </strong>hanno completato o stanno portando avanti processi per  l’aumento della capacità. La Shaw ha partecipato a oltre metà di questi  procedimenti, che in totale hanno aggiunto <strong>oltre 3.000 nuovi MW  elettrici</strong>: più o meno l’equivalente di tre nuovi reattori.</p>
<p>La società <strong>Exelon</strong>, che è la prima società nucleare americana  e la terza nel mondo ( con 17 reattori, pari al 20% della potenza nucleare  installata negli USA), negli ultimi 10 anni ha aumentato di 1.100 MW la capacità  complessiva dei propri impianti. Nel giugno 2009 ha lanciato un programma di  ripotenziamento per 1.300-1.500 MW elettrici entro il 2017, con una spesa di 3,5  miliardi di dollari: un investimento minore e con meno  rischi economici rispetto alla costruzione di nuovi reattori con una capacità  equivalente. Il procedimento è in corso in 5 centrali, ed entro il 2010 inizierà  in altri 9 reattori.</p>
<p>Un’altra società, l’<strong>Entergy</strong>, progetta da parte sua di  aumentare del 13% la potenza del reattore da 1.297 MW della centrale Grand Gulf,  sul Mississippi, che diventerà così <strong>il reattore di maggiore potenza  degli Stati Uniti</strong>.</p>
<p>Secondo la Nuclear Regulatory Commission (NRC), che deve approvare tutti i  cambiamenti ingegneristici nelle centrali nucleari, saranno circa 40 i progetti  di ripotenziamento nei prossimi tre anni, per un <strong>aumento totale di  ulteriori 2.075 MW elettrici</strong>.</p>
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		<title>Quanto è facile essere “no nuke”. Il caso del Piemonte</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jan 2010 12:32:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>aldocrispi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[fotovoltaico]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
		<category><![CDATA[Piemonte]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Piemonte è una delle Regioni che ha ufficialmente deciso di opporsi al nucleare. Il Presidente della Regione, Mercedes Bresso (nella foto), non perde occasione per ricordarlo: «Il Piemonte  - afferma la Bresso – non ci sta e mantiene ferma la sua proposta: investire nelle energie da fonti rinnovabili per sostenere lo sviluppo, rilanciare l’economia, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il Piemonte è una delle Regioni che ha ufficialmente deciso di opporsi al  nucleare.<br />
Il Presidente della Regione, Mercedes Bresso (<em>nella foto</em>),  non perde occasione per ricordarlo: «Il Piemonte  - <a href="http://www.regione.piemonte.it/energia/in-evidenza/il-piemonte-unisce-le-enrgie-e-dice-no-al-nucleare.html">afferma  la Bresso</a> – non ci sta e mantiene ferma la sua proposta: investire nelle  energie da fonti rinnovabili per sostenere lo sviluppo, rilanciare l’economia,  ridurre i consumi, proteggere l’ambiente. Oggi infatti, come dimostrano le  scelte fatte da tutti i Paesi avanzati nel mondo, che riducono il nucleare e  potenziano ricerca ed energie rinnovabili, le soluzioni sono altre. Il nostro  no, lo sottolineiamo, riguarda anche lo scenario economico, non solo quello  ambientale».</p>
<p>L’insistere su questo concetto dell’opposizione per motivi economici è  divertente, per chi si occupa di queste cose. Ma indubbiamente,  nell’<strong>assoluta carenza di informazione sui temi dell’energia</strong>, è  anche efficace. Occorre solo continuare a ripeterlo, che il nucleare non è  conveniente, senza citare cifre, senza fare esempi, senza alcun  contraddittorio.</p>
<p><strong>La situazione energetica del Piemonte</strong>, relativamente  all’energia elettrica, è privilegiata. Da regione alpina gode infatti di un  <strong>rilevante apporto idroelettrico </strong>(con  impianti a suo tempo pagati dall’intero Paese), pari, per la precisione, al 25%  della domanda elettrica regionale (<em>dati Terna relativi al 2008</em>). Per il  resto la produzione piemontese si affida al <strong>termoelettrico, quasi tutto  a gas</strong>. Le nuove fonti rinnovabili sono rappresentate solo dal  <strong>fotovoltaico</strong>: attualmente (<em>novembre 2009</em>) sono  installati circa 4.500 centrali tra grandi e piccole, per una potenza totale di  circa 55,6 MW (pari all’1% della potenza elettrica totale lorda, che è di circa  5.500 MW).  E, a proposito di costi, è bene precisare che questi 55,6 MW  fotovoltaici hanno una <strong>generazione inferiore allo 0,1 % della domanda  elettrica regionale</strong> (zero virgola uno %). Una percentuale risibile che  al Piemonte è costata più o meno 350 milioni di euro (il costo  dell’installazione), e che all’intero Paese costerà quasi 1 miliardo (circa 45  milioni di euro l’anno di incentivi, pagati da tutti nelle bollette, per i  prossimi 20 anni).<br />
E per finire: la produzione elettrica del Piemonte non è  sufficiente a soddisfare la domanda, per cui <strong>la Regione copre circa il  18,5% dei propri consumi con elettricità nucleare importata dalla  Francia</strong>. Nel caso si voglia parlare di coerenza.</p>
<p>Personalmente comincio a seccarmi di dover fare la figura di quello che è a  favore del nucleare e contro le fonti rinnovabili. Non è così. Sono del tutto  convinto che sia <strong>necessario un ragionevole sviluppo delle  rinnovabili</strong>, anche se (nell’attuale contesto internazionale) preferirei  un forte sforzo per la ricerca e la creazione di filiere industriali nazionali,  anziché investimenti a pioggia che sono di pura immagine, almeno nel caso del  fotovoltaico (un po’ diverso è il caso dell’eolico, e molto diverso quello di  altre fonti come la geotermia, il mini-idraulico, la biomassa, il recupero  energetico dei rifiuti e gli usi termici del solare). E nel settore della  ricerca do anche atto alla Bresso e al Piemonte che si stanno muovendo bene. Ma,  per cortesia, smettiamola di continuare su posizioni “no nuke” in base a  presunte ragioni economiche, quando si tratta solo di preconcette posizioni  politiche.</p>
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		<title>Più integrata la sicurezza nucleare in Europa</title>
		<link>http://www.postalo.it/ambiente/20101215-piu-integrata-la-sicurezza-nucleare-in-europa.html</link>
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		<pubDate>Mon, 11 Jan 2010 18:13:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>umotta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[IAEA]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
		<category><![CDATA[sicurezza]]></category>

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		<description><![CDATA[L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA), in collaborazione con la Commissione Europea, ha raggiunto un accordo per una maggiore integrazione della sicurezza nucleare a livello europeo. L’accordo riguarda tutti i Paesi europei con attività nucleari, esclusi Regno Unito e Francia: Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Finlandia, Germania, Ungheria, Paesi Bassi, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna e Svezia. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA), in collaborazione con la Commissione Europea, ha raggiunto un accordo per una maggiore integrazione della sicurezza nucleare a livello europeo.</p>
<p>L’accordo riguarda tutti i Paesi europei con attività nucleari, esclusi Regno Unito e Francia: Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Finlandia, Germania, Ungheria, Paesi Bassi, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna e Svezia.</p>
<p>«Questo passo importante è il risultato di un impegno comune da parte di tutti i soggetti coinvolti», ha dichiarato Andris Piebalgs, commissario all’energia della Commissione Europea.<br />
«In questo modo la IAEA potrà applicare a ogni Paese misure meno restrittive e più tagliate sui singoli casi particolari. Si potranno così ridurre le ispezioni e i relativi costi», ha commentato Olli Heinonen, vicedirettore generale dell’IAEA e capo del Dipartimento della Protezione.</p>
<p>Il commissario Piebalgs si era già espresso sul tema del nucleare, affermando che “Per quanto riguarda il nucleare, l&#8217;opzione deve rimanere “aperta” per tutti quegli Stati che vogliono produrre o consumare questo tipo di energia. Ci sono tredici Stati membri che producono energia nucleare e sono ancora di più quelli che la utilizzano”, ha osservato. Secondo alcune stime citate dallo stesso Commissario Ue, il nucleare soddisfa oggi il 32% della domanda di elettricità nel territorio europeo. Inoltre, questa fonte di energia, ha osservato, non produce gas nocivi e &#8211; come spiega il Libro Verde &#8211; è al momento la forma più diffusa di energia pulita (carbon free) presente in Europa.</p>
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		<title>Copenaghen: l’unica buona notizia è stata per il nucleare</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Jan 2010 15:08:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>aldocrispi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[clima]]></category>
		<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[gas serra]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
		<category><![CDATA[protocollo di Kyoto]]></category>

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		<description><![CDATA[Come noto, l’esito della conferenza mondiale sul clima di Copenaghen è stato tutt’altro che esaltante, praticamente da ogni punto di vista. Ma soprattutto &#8211; in particolare per le aspettative europee &#8211; la mancanza di un accordo vincolante sulle emissioni di gas serra ha lasciato insoddisfatta la maggior parte degli osservatori. Un passo in avanti è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come noto, l’esito della conferenza mondiale sul clima di Copenaghen è stato tutt’altro che esaltante, praticamente da ogni punto di vista. Ma soprattutto &#8211; in particolare per le aspettative europee &#8211; la mancanza di un accordo vincolante sulle emissioni di gas serra ha lasciato insoddisfatta la maggior parte degli osservatori.</p>
<div><strong>Un passo in avanti è però stato fatto per il nucleare</strong>. Nel corso dei negoziati è stata infatti <strong>cancellata la proposta di escludere l’energia nucleare</strong> dalle tecnologie adottabili dai singoli Paesi per ridurre le emissioni di CO2.</div>
<p>Di conseguenza i Paesi in via di sviluppo possono ora includere la realizzazione di <strong>progetti elettronucleari nella lista di iniziative contro il riscaldamento globale</strong> da inviare alla United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC).</p>
<p>Il passo successivo dovrebbe essere l’<strong>inclusione dell’energia nucleare nei meccanismi flessibili previsti per la fase 2 (post 2012) del protocollo di Kyoto</strong>. Cioè i “Meccanismi di sviluppo pulito” (CDM – Clean Development Mechanism) e quelli di “Impegno congiunto” (JI – Joint Implementation).<br />
Le decisioni al riguardo sono state rinviate alle riunioni successive, previste a Bonn il prossimo giugno e, soprattutto, a Città del Messico, dove si terrà il nuovo summit mondiale sul clima nel dicembre 2010.</p>
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		<title>A proposito di nucleare, come si dice NIMBY in svedese?</title>
		<link>http://www.postalo.it/ambiente/20091167-a-proposito-di-nucleare-come-si-dice-nimby-in-svedese.html</link>
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		<pubDate>Tue, 29 Dec 2009 12:56:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>aldocrispi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La sindrome NIMBY (not in my back yard, cioè non nel mio cortile) è uno dei fattori che creano più riserve da parte dell’opinione pubblica verso le centrali nucleari e i depositi di rifiuti nucleari (oltre che, in verità, verso praticamente tutte le tipologie di grandi infrastrutture). Molti non sono contrari alle centrali nucleari, purché [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La sindrome NIMBY (<em>not in my back yard</em>, cioè <strong>non nel mio cortile</strong>) è uno dei fattori che creano più riserve da parte dell’opinione pubblica verso le centrali nucleari e i depositi di rifiuti nucleari (oltre che, in verità, verso praticamente tutte le tipologie di grandi infrastrutture). Molti non sono contrari alle centrali nucleari, purché lontano dalla propria città.</p>
<p><strong>Non è detto però che questo comportamento sia immutabile</strong>. La possibilità di un cambiamento è dimostrata ad esempio da Mark O’Donovan, direttore della rivista on-line <a href="http://www.euronuclear.org/e-news/e-news-26/index.htm" target="_blank">ENS news</a> della European Nuclear Society.<br />
Nell’editoriale del numero di autunno 2009, O’Donovan riconosce che la sindrome NIMBY nasce dall’istinto di conservazione innato in ogni essere umano, ma rileva che non è l’unico fattore che influenza le decisioni.<br />
Al riguardo O’Donovan racconta la propria sua esperienza durante un recente viaggio in <strong>Svezia</strong>, e in particolare nel villaggio di <strong>Forsmark</strong> (vicino a Uppsala, nella Svezia centro-orientale), presso cui sorgono una centrale nucleare con tre reattori (per complessivi 3.200 MW) e il deposito dei rifiuti nucleari svedesi.</p>
<p>Visitando il deposito, gestito alla Swedish Nuclear Fuel and Waste Management Company (SKB), O’Donovan ha constatato quanto <strong>l’approccio partecipativo abbia ottenuto positivi effetti.<br />
</strong>Infatti la popolazione locale è stata coinvolta nelle decisioni fin dall’inizio, cioè dalle discussioni preliminari sulla località da scegliere come sito per il deposito. Grazie alla trasparenza e ad una opportuna comunicazione, <strong>la popolazione di Forsmark ha accolto con favore crescente la scelta di ubicare il deposito di scorie in prossimità delle loro abitazioni</strong>.</p>
<p>Gli abitanti di Forsmark, nota O’Donovan, non hanno istinti di conservazione diversi da quelli di tutti gli altri esseri umani del mondo: semplicemente, hanno una chiara conoscenza di quali siano i propri interessi, e si sono comportati di conseguenza. Anzi: se dal 1988 il deposito di Forsmark ospita le scorie di livello basso e intermedio, la cittadinanza ha proposto il sito anche come sede del deposito finale dei rifiuti ad alta attività, quelle le più radioattive.</p>
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		<title>Perchè mi batto per il nucleare</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Dec 2009 14:35:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>umotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Professore Marco Napolitano è favorevole ad un ritorno al nucleare in Italia? Lo sono sempre stato, anche al tempo del referendum: in un&#8217;ottica di diversificazione delle fonti energetiche. Un Paese saggio dovrebbe diversificare le fonti. Com&#8217;è la situazione energetica italiana? L&#8217;Italia importa quasi tutta l&#8217;energia elettrica di cui ha bisogno (circa il 78 per cento, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Professore Marco Napolitano è favorevole ad un ritorno al nucleare in Italia?<br />
Lo sono sempre stato, anche al tempo del referendum: in un&#8217;ottica di diversificazione delle fonti energetiche. Un Paese saggio dovrebbe diversificare le fonti.</p>
<p>Com&#8217;è la situazione energetica italiana?<br />
L&#8217;Italia importa quasi tutta l&#8217;energia elettrica di cui ha bisogno (circa il 78 per cento, ndr): importiamo da Francia, Slovenia e Svizzera dove sono presenti in totale circa 60 centrali nucleari, alcune molto vicine ai confini italiani. Il mix di produzione in Italia è sbilanciato verso le fonti più costose, gas naturale e petrolio, che sono anche in via di esaurimento. Il costo di generazione da carbone e nucleare è minore del 20 per cento rispetto a quello dei cicli combinati a gas.</p>
<p>Perché in Italia c&#8217;è questa forte opposizione al nucleare?<br />
C&#8217;è un problema di accettazione del nucleare. Il nucleare colpisce negativamente l&#8217;immaginazione popolare. Si pensa subito alla bomba atomica o, peggio, al disastro di Chernobyl che è l&#8217;incidente più grave mai accaduto. Se si pensa però che nel mondo sono in funzione, da diversi decenni, poco meno di 500 centrali, è possibile affermare che la probabilità di incidenti ad impianti nucleari è molto bassa.</p>
<p>Qual è allora il problema?<br />
Anche di conoscenza, mancano le necessarie informazioni su tale sistema di produzione energetica. C&#8217;è poi un problema politico. Spesso la politica preferisce non occuparsi di questa materia, considerandola una patata bollente da lasciare ad altri.</p>
<p>Come affrontare la questione legata alle scorie nucleari?<br />
Ogni fonte energetica ha costi e svantaggi. La natura non dà nulla gratis. Sulla questione delle scorie radioattive, ovvero dello scarto di combustibile nucleare esausto (o spento) derivante dalla fissione nucleare, la soluzione scelta per l&#8217;Italia è quella del deposito geologico, ovvero dello stoccaggio in bunker sotterranei profondi e schermati in modo da evitare la fuoriuscita di radioattività nell&#8217;ambiente esterno.</p>
<p>Di quanti reattori ha bisogno l&#8217;Italia?<br />
Basterebbero 4/5 impianti di terza generazione EPR (European Pressurized Reactor) – ad altissima sicurezza, progettati per rendere improbabili guasti tecnici o errori umani – per coprire almeno una parte del fabbisogno energetico nazionale. Si potrebbe partire con un 10 per cento di nucleare sul totale della produzione energetica italiana per poi allinearci alla media mondiale che si aggira intorno al 15 per cento.</p>
<p>Quanto ci vorrà per vedere in funzione la prima centrale italiana?<br />
Un processo lungo dovuto all&#8217;accettazione dell&#8217;impianto da parte dell&#8217;opinione pubblica. Trovato il sito, accettato dalla popolazione, ci vogliono i vari permessi e la licenza integrata di costruzione ed esercizio (Col). Dopodichè devono partire i lavori delle infrastrutture connesse all&#8217;impianto come la rete elettrica che deve supportare la centrale.</p>
<p>Ha mai trovato nei suoi studenti degli oppositori accaniti?<br />
No, devo dire di aver trovato sempre studenti molto interessati a saperne di più, ma senza preconcetti.</p>
<p>http://energiamodomio.blogspot.com/2009/12/perche-mi-batto-per-il-nucleare.html</p>
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		<title>Sviluppo Nucleare Italia Srl</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Dec 2009 14:35:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>umotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Enel e la corrispettiva francese EDF, il 3 agosto scorso, hanno costituito una joint venture, con il 50% delle quote a testa, denominata &#8220;Sviluppo Nucleare Italia Srl&#8221; con sede a Roma. Questa nuova società ha il compito di realizzare gli studi di fattibilità per la costruzione in Italia di almeno 4 centrali nucleari con la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Enel e la corrispettiva francese EDF, il 3 agosto scorso,  hanno costituito una joint venture, con il 50% delle quote  a testa, denominata &#8220;Sviluppo Nucleare Italia Srl&#8221; con sede a Roma.</p>
<p>Questa nuova società ha il compito di realizzare gli studi di fattibilità per la costruzione in Italia di almeno 4 centrali nucleari con la tecnologia di terza generazione avanzata EPR, come previsto dal Memorandum of Understanding firmato da Enel ed EDF il 24 febbraio scorso durante il summit Francia-Italia di Roma.</p>
<p>L&#8217;Amministratore Delegato di Sviluppo Nucleare Italia è Francesco De Falco al quale, e proprio a lui sono state fatte delle domande. Riporto un estratto dell&#8217;intervista, pubblicata integralmente su Ligurianotizie</p>
<p>Il nucleare è un tema destinato a dividere l’opinione pubblica e suscitare molte perplessità per la sicurezza dei cittadini.</p>
<p>R. Il nucleare è una fonte ormai assolutamente sicura, grazie alle tecnologie avanzate su cui possiamo contare oggi e grazie ai controlli costanti delle autorità indipendenti a livello europeo ed internazionale che sorvegliano con la massima attenzione e sistematicità gli impianti, il loro funzionamento, la produzione e tutto l&#8217;indotto, dalla costruzione della centrale fino alla messa in funzione.<br />
I dati oggettivi ci dicono che dal 1987, all&#8217;indomani di Chernobyl, fino ad oggi tutti i reattori nucleari in esercizio nel mondo hanno lavorato per 80 milioni di ore senza che si verificasse alcun incidente. Inoltre, a titolo di esempio, non tutti sanno che il livello radioattivo intorno alle centrali nucleari è inferiore a quello generato da un solo viaggio aereo.</p>
<p>D. Si tratta allora soltanto di un problema di informazione e di comunicazione?</p>
<p>R. E&#8217; proprio così: dobbiamo fare un grande sforzo di comunicazione e di informazione veritiera e trasparente per recuperare un ritardo di 25 anni e superare una serie di preconcetti e di luoghi comuni che non hanno fondamenti scientifici. Si tratta di un impegno che va gestito con responsabilità e buonsenso a tutti i livelli.</p>
<p>D. Quali benefici potranno avere i cittadini dall’introduzione del nucleare?</p>
<p>R. Sono soprattutto vantaggi di tipo economico ed ambientale. Anche qui sono i numeri a far capire la portata e la bontà della produzione di energia elettrica da fonte nucleare. Per esempio, in Francia quasi l’80% dell&#8217;energia elettrica è prodotta da fonte nucleare e questo porta i nostri cugini d’oltralpe ad avere un costo delle bollette inferiore del 30% rispetto agli standard italiani. Allo stesso modo, avviene in Germania e in Spagna. L’Italia invece importa oggi energia nucleare per il 13% del proprio fabbisogno energetico, soprattutto da Francia, Svizzera, Slovenia, e si ritrova quindi con ben 27 impianti nucleari in un raggio di 200 km intorno ai propri confini, pur non potendo beneficiare dei relativi vantaggi economici. A livello ambientale, poi, basta dire che il nucleare non produce C02, né alcun altro tipo di emissione, per capire qual è l’effetto positivo: è stato calcolato che, con una produzione elettrica proveniente per il 25% da fonte nucleare, si eviterebbe l’immissione nell’atmosfera di qualcosa come 35 milioni di tonnellate di C02 ogni anno. Della sicurezza, infine, abbiamo già detto: aggiungo che le centrali di terza generazione, così come quelle future di quarta, hanno tecnologie tali da garantire la massima sicurezza perfino in caso di eventi sismici o di attentati terroristici mediante impatto con aerei di linea.</p>
<p>D. Il nucleare però ha il problema di generare scorie radioattive: come si pensa di risolvere la questione?</p>
<p>La tecnologia Epr, che verrà adottata da Enel ed EDF per le centrali da costruire in Italia, consente di ridurre al minimo la produzione di scorie. Anche in questo caso sono le cifre a confortarci: in un impianto Epr da 1650 MW le scorie cosiddette di alta radioattività, che hanno cioè tempi più lunghi per lo smaltimento, sono pari a nove metri cubi all&#8217;anno, ovvero ne viene riempito l’equivalente di un container in 7 anni, mentre le scorie relative a radioattività media e breve sono di 90 metri cubi, il che significa poco più di un container l’anno. Si tratta di quantità molto limitate e soprattutto gestibili con sistemi di stoccaggio assolutamente garantiti dal punto di vista della sicurezza e del controllo istituzionale e degli organismi indipendenti preposti al compito, a partire da Euratom.</p>
<p>D. Il nucleare può essere quindi visto come la soluzione a tutti i problemi energetici dell’Italia?</p>
<p>R. In ambito scientifico ed accademico si sente spesso dire che il nucleare non è la soluzione ma senza nucleare non c&#8217;è soluzione. Anch’io sostengo che il nucleare non è una panacea, ma certamente è una parte fondamentale ed insostituibile della soluzione alla questione energetica ed ambientale, così come lo sono le energie rinnovabili. Il mondo ha bisogno di energia abbondante, a basso costo e senza effetti negativi sull&#8217;ambiente e sul clima: ecco perché occorre puntare su un mix energetico che metta insieme diverse fonti: dai combustibili fossili, sempre in misura minore, al nucleare fino alle energie rinnovabili, che hanno grandi margini di crescita, ma che da sole non possono bastare. La nostra è una grande sfida che, per quanto riguarda l&#8217;Italia, intende affrancare il Paese dalla dipendenza da fonti energetiche importate da zone del mondo politicamente poco stabili, così da abbattere i costi e contribuire in modo determinante a contrastare il cambiamento climatico.</p>
<p>D. Quali sono i tempi previsti per l’avvio della produzione da nucleare in Italia e quali saranno i siti prescelti per le centrali?</p>
<p>R. Ci auguriamo di poter mettere in esercizio il primo impianto nucleare nel 2020, per poi arrivare nel giro di 4 o 5 anni a soddisfare il 12,5% del fabbisogno energetico italiano attraverso l&#8217;energia nucleare, pari al 50% dell’obiettivo stabilito per il sistema Italia. Per quanto concerne le centrali, diciamo subito che è troppo presto per parlare di siti.<br />
La decisione su dove localizzare le centrali spetterà alle aziende, ma prima il Governo dovrà definire i criteri in base ai quali saranno selezionati i siti: geologicamente adeguati, adatti per ospitare impianti di una vita utile di almeno 60 anni, in zone a bassa sismicità e vicine a grandi bacini di acqua, necessaria per il sistema di raffreddamento. Al momento dico che i cittadini possono stare tranquilli: gli impianti, come già detto, saranno realizzati con sistemi di massima sicurezza. I territori che accoglieranno le centrali avranno inoltre importanti ricadute socio-economiche; in Francia, giusto per fare un esempio, le municipalità fanno a gara per attrarre questo tipo di investimento che porta posti di lavoro, benessere, benefici economici e ambientali.</p>
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		<title>Il nucleare non passerà, i luoghi comuni di Beppe Grillo</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 22:16:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>umotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Con un titolo vagamente minaccioso “Il nucleare non passerà” il blog di Beppe Grillo si occupa di nucleare civile. L’essere contro è una costante del dibattito energetico: siamo anti- petrolio, anti- atomo,  anti-biofuels, anti- vento, anti-dighe, ecc. Ma non possiamo permetterci di essere contro tutto e soprattutto non possiamo esserlo a prescindere, senza conoscere  numeri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Con un titolo vagamente minaccioso “Il nucleare non passerà” il blog di Beppe Grillo si occupa di nucleare civile. L’essere contro è una costante del dibattito energetico: siamo anti- petrolio, anti- atomo,  anti-biofuels, anti- vento, anti-dighe, ecc. Ma non possiamo permetterci di essere contro tutto e soprattutto non possiamo esserlo a prescindere, senza conoscere  numeri e  situazione.</p>
<p>Premesso che io non credo che il nucleare sia privo di problemi  ma ritengo che ne abbia meno dei combustibili fossili e chiarito che non sono contro le rinnovabili ma penso che siano complementari, non posso che sobbalzare quando leggo alcune delle affermazioni del blog di Grillo.</p>
<p>Da canto suo Grillo muove una serie di accuse ad ampio raggio. Afferma:</p>
<p>- Chi vuole il nucleare appartiene a due categorie: o è male informato o ci guadagna sopra. E’ l’esatto contrario, secondo una ricerca ISPO presentata dall’AIN, il tasso di favorevoli al nucleare aumenta al crescere dell’informazione.</p>
<p>- Non esistono centrali nucleari sicure. Non esiste una sola assicurazione al mondo che abbia accettato di assicurare una centrale nucleare. I dati ci dicono che dal 1987, all’indomani di Chernobyl, fino ad oggi tutti i reattori nucleari in esercizio nel mondo hanno lavorato per 10mila anni/reattore oppure 8o milioni di ore senza che si verificasse alcun incidente.  Mentre secondo i dati OMS, ogni anno si registrano un milione di morti per inquinamento da fonti fossili.</p>
<p>- Non è stato trovato un sistema sicuro per smaltire le scorie radioattive. Le scorie radioattive sono trattate da svariati decenni in Francia, Gran Bretagna, Usa, tra gli altri.  La tecnologia Epr, che verrà adottata da Enel ed EDF per le centrali da costruire in Italia, consente di ridurre al minimo la produzione di scorie. Anche in questo caso sono le cifre a confortarci: in un impianto Epr da 1650 MW le scorie cosiddette di alta radioattività, che hanno cioè tempi più lunghi per lo smaltimento, sono pari a nove metri cubi all’anno, ovvero ne viene riempito l’equivalente di un container in 7 anni, mentre le scorie relative a radioattività media e breve sono poco più di un container l’anno. Inoltre, la ricerca avanza velocemente per ridurre dei volumi e la vita media delle scorie radioattive facendola scendere da molte migliaia di anni a qualche centinaio. Con l’avvento della IV generazione si produrrà energia bruciando le scorie, e oggi nei reattori ad acqua leggera si impiega il MOX, combustibile generato dal riprocessamento dal combustibile bruciato in altri reattori. A fine trattamento, lo scarto da stoccare, a questo punto è veramente rifiuto inutilizzabile ma anche estremamente ridotto: rappresenta il 6% (di cui 0,001% ad alta reattività) del volume iniziale del ciclo di vita del combustibile.</p>
<p>- Il nucleare è antieconomico. La questione dei costi finisce per essere una querelle più politica che economica. Esistono diversi studi sulla valutazione dei costi del nucleare, qualcuno anche in questo sito, e la forchetta del costo per kWh va da 4 ai 9 cents di euro.  Decisamente più conveniente dell’attuale FV ma non necessariamente competitivo con le fonti fossili e soprattutto del carbone e del gas, ora a quotazioni decisamente basse.  Affermare che il nucleare è costoso è approssimativo, dobbiamo chiederci rispetto a che cosa e accordarci su quale valore attribuire a questo delta. Perché se la variabile costo è determinante allora tanto vale affidarci completamente ai combustibili fossili. Ma anche se non c’importa un accidente del surriscaldamento del pianeta, rimane comunque il vincolo del petrolio che, secondo lo stesso Onufrio,  sta per esaurirsi, allora dobbiamo riflettere su come vogliamo sostituirlo. Prima di trovare la risposta dobbiamo però avere chiarito altri quesiti quali se le fonti rinnovabili sono sufficienti a coprire i nostri consumi di energia? Quale sarà il nostro consumo di energia una volta adottate tutte le possibili misure di efficienza?  Se tecnologie molto pubblicizzate come l’idrogeno o  per esempio la scelta di convertirsi al trasporto elettrico sia effettivamente un vantaggio o peggiora i termini del problema energetico. Insomma è riduttivo oltreché fuorviante determinare la scelta di una tecnologia energetica rispetto a un’altra unicamente sulla base del costo per kWh.</p>
<p>- Il nucleare è pagato sempre dai cittadini come extra costo sulla bolletta o con le tasse. Parliamo allora di quanto pesa sulla bolletta degli  italiani l’incentivazione alle rinnovabili. Attualmente siamo nell’ordine di 3 miliardi di euro all’anno (inclusi gli oneri connessi al cip6, doc Ortis http://www.newclear.it/?p=1113). Tra 5 anni si passerà a 5 miliardi di euro all’anno. Tra 10 anni questo costo ammonterà a 7 miliardi per raggiungere 104TWh di elettricità da rinnovabili equivalenti  in quella data  a circa il 25% del totale della domanda di energia elettrica (380-400 ). Se facciamo un consuntivo previsionale dal 1998 al 2020 si sarà speso oltre 50 miliardi di euro, pur prevedendo una riduzione del 50% degli incentivi.  Si tratta di una somma superiore all’investimento per 8 centrali nucleari da 1600MW  che fornirebbero la medesima quantità di elettricità.</p>
<p>- Il nucleare si fa con l’uranio, una risorsa a tempo che finirà entro 50 anni. L’uranio è presente in 4/5 Stati nel mondo, l’Italia non è uno di questi. Le riserve di uranio accertate sono superiori a quelle di petrolio e gas e assicurano disponibilità sufficienti a coprire più di un secolo di produzione di energia elettrica con le tecnologie e i tassi di produzione attuali.  Inoltre a causa della diversificazione geografica delle miniere (essenzialmente nel mondo occidentale) l’uranio è molto meno esposto al “rischio paese”. Infine un particolare curioso: circa il 50% del combustibile utilizzato nelle centrali nucleari proviene dallo smantellamento degli arsenali militari nucleari. E’ quasi paradossale ma le centrali nucleari contribuiscono allo smantellamento delle armi atomiche.</p>
<p>- Gli USA non costruiscono più centrali nucleari e investono nel solare e nell’eolico. Nel programma di Obama per combattere il cambiamento climatico c’è largo spazio anche per il rilancio del nucleare tant’è che a oggi sono già state presentate richieste per 27 nuove centrali.</p>
<p>- L’Italia ha votato contro il nucleare, non è possibile andare contro la volontà popolare. Se si vogliono fare nuove centrali è necessario un nuovo referendum. Il Belgio, la Germania, la Svezia anche loro con il retaggio di un passato referendum si stanno preparando (o si sono già attivate) per una ripresa del nucleare senza il ricorso allo strumento referendario.</p>
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		<title>Energia spiegata</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 22:16:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>umotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gli argomenti classici anti-nucleare di Greenpeace, Legambiente, WWF etc…. sono molto discutibili, anche senza molto sforzo, ma non è questo il punto. Tanto per dirne una, il costo del kWh nucleare che il dott. Onufrio, direttore di Greenpeace Italia, indicava in 0,14€/kWh. Dalle sue risposte è emerso che il calcolo dei costi finanziari della centrale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Gli argomenti classici anti-nucleare di Greenpeace, Legambiente, WWF etc…. sono molto discutibili, anche senza molto sforzo, ma non è questo il punto.<br />
Tanto per dirne una, il costo del kWh nucleare che il dott. Onufrio, direttore di Greenpeace Italia, indicava in 0,14€/kWh. Dalle sue risposte è emerso che il calcolo dei costi finanziari della centrale era stato fatto come se per l’intero costo di costruzione si fosse chiesto un mutuo industriale da ripagare in 15 anni (!!!). È naturale che se i conti li fai così il kWh ti costa 0,14€ per i primi 15 anni, però si è dimenticato di dire che poi per almeno altri 25 anni la centrale produrrebbe energia al costo di 0,03€/kWh.</p>
<p>Ma non è questo il punto, qui non si ha ragione perché si ha dalla propria parte i libri di fisica, qui purtroppo non si ha ragione con le pur correttissime eccezioni punto per punto che Chicco Testa pone alle esternazioni del direttore di Greenpeace o di Grillo o di chiunque altro….. la questione è più che altro psicologica. Non si risolve quindi ‘istruendo’ ma comunicando e rassicurando.</p>
<p>L’opinione pubblica va conquistata con lo stesso metodo che usano questi personaggi, ma a differenza di Grillo&amp;Co, dicendo la verità. Mi ricordo che un generale americano, incalzato dalle proteste per la pericolosità dell’uranio impoverito, in uno studio televisivo ha tirato fuori dalla giacca un proiettile di U238 per far capire meglio che con due ore di discorsi che l’uranio 238 è molto poco radioattivo, che lo puoi tenere in tasca senza problemi e che è pericoloso solo se inalato. Altro esempio, in una trasmissione francese tipo ‘Report’ un dirigente di Areva incalzato da una giornalista d’assalto che gli aveva messo di fronte un contenitore schermato (e piuttosto minaccioso) che conteneva un sacchetto con qualche etto di terra contaminata da residui di estrazione dell’uranio naturale (comunque al massimo qualche migliaio di Bq/kg) ha reagito, fregando la giornalista, prendendo il sacchetto in mano e dicendo che non è affatto pericoloso se si maneggia per un tempo limitato ecc…</p>
<p>Se in Italia in televisione ci si mette a parlare di TWh, di U235-U238, di decadimento radioattivo delle scorie… in pochissimi capiscono ed in molti cambiano canale. Bisogna cercare di comunicare bene e cercare di vincere i pregiudizi inculcati nelle persone da 25 anni di disinformazione sul nucleare. Esempio fatto a braccio: Immaginiamo un barattolo di plastica pieno per metà di benzina ed un barattolo d’acciaio pieno per la metà di acqua, mettiamo in tutti e due un cubetto di polistirolo con infilato un fiammifero acceso. Abbiamo così rappresentato la stessa differenza che c’è tra Chernobyl e le centrali occidentali moderne.</p>
<p>Quanto scritto sopra non sono parole mie, ma riportate da gbettanini, che è intervenuto a commentare qui. Spero che per questo non me ne voglia, ma condivido pienamente quanto riporta e credo solo questa possa essere la strada per capire l&#8217;energia e perchè abbiamo bisogno di investire nuovamente sul nucleare. Un nucleare chiaro e trasparente.</p>
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		<title>Rubbia e il solare termodinamico</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 22:16:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>umotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In un’intervista pubblicata su Repubblica il 30 marzo 2008, il professore Carlo Rubbia, rispondeva così: […] E allora, professor Rubbia, escluso il petrolio, escluso l&#8217;uranio ed escluso il carbone, quale può essere a suo avviso l&#8217;alternativa? «Guardi questa foto: è un impianto per la produzione di energia solare, costruito nel deserto del Nevada su progetto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In un’intervista pubblicata su Repubblica il 30 marzo 2008, il professore Carlo Rubbia, rispondeva così:</p>
<p>[…] E allora, professor Rubbia, escluso il petrolio, escluso l&#8217;uranio ed escluso il carbone, quale può essere a suo avviso l&#8217;alternativa?<br />
«Guardi questa foto: è un impianto per la produzione di energia solare, costruito nel deserto del Nevada su progetto spagnolo. Costa 200 milioni di dollari, produce 64 megawatt e per realizzarlo occorrono solo 18 mesi. Con 20 impianti di questo genere, si produce un terzo dell&#8217;elettricità di una centrale nucleare da un gigawatt. E i costi, oggi ancora elevati, si potranno ridurre considerevolmente quando verranno costruiti in gran quantità».</p>
<p>Rubbia fa riferimento alla centrale Nevada Solar One, una centrale termodinamica a collettori lineari che è in servizio dal giugno 2007 e che complessivamente occupa una superficie di 1,6 kmq, cioè un rettangolino lungo 1.000 metri e largo 1.600.<br />
Secondo lui con 20 di queste centrali (nel deserto del Nevada, dove di sole nell’anno ce n’è un po’ più che nell’estrema punta sud dell’Italia), pari a oltre 1.200 MW, si produce un terzo dell’energia prodotta da una centrale nucleare da 1.000 MW, al modico costo di 200 milioni di dollari x 20 = 4 miliardi di dollari (=2,5 miliardi di euro).<br />
La cifra importante è che, come afferma a Rubbia (e come effettivamente è), ci vogliono 64MW solari x20 x 3 = 3.800 MW solari (arrotondando a favore del solare) per produrre l’equivalente di 1.000 MW nucleari.</p>
<p>A questo punto mi vengono dei dubbi:<br />
Per spazio 1,6 kmq x 20 x 3 fanno 96 kmq (un rettangolo largo 10 km e lungo 9,6). Visto che secondo lui in Italia non si sa dove costruire una centrale nucleare, quale potrebbe essere il Comune che può rendere disponibile uno spazio di 96 kmq per produrre l’equivalente di una centrale nucleare (che peraltro produce energia di qualità incomparabilmente migliore)?</p>
<p>Rubbia (nell’intervista che gira in questi giorni) afferma che «4 o 8 centrali per l’Italia sono come una rondine in primavera, non risolvono il problema». Ma allora, per produrre la stessa quantità di energia di 4 centrali nucleari da 1.000 MW occorrono 96&#215;4 = 384 kmq di centrali solari, anche in questo caso «per non risolvere il problema». Se poi il confronto si fa con 4 centrali EPR tipo quelle che ha in programma Enel, che hanno ciascuna una potenza non di 1.000, ma di 1.600 MW, i km solari diventano 518, sempre «per non risolvere il problema»</p>
<p>Infine, occhio ai costi. Per le centrali EPR da 1.600 MW l’investimento previsto è di 6-7 miliardi di dollari (= 4/4,5 miliardi di euro). Una di queste centrali produce da 4,5 a 5 volte l’energia delle 20 centrali solari tipo quella del Nevada citata da Rubbia. Siccome le 20 centrali del Nevada costano 4 miliardi di dollari, per produrre con il solare l’equivalente di una centrale nucleare EPR da 1.600 MW occorre un investimento di 18 – 20 miliardi di dollari.</p>
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		<title>Ragioni etiche a favore del nucleare e del carbone</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 10:29:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>aldocrispi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ci sono molte buone ragioni che consigliano di limitare al massimo i consumi di idrocarburi (petrolio e gas) in occidente. Perché le riserve fossili, sono limitate. Soprattutto quelle di petrolio, che è la fonte più versatile, e quindi più utile nei Paesi con infrastrutture ancora scarse o con un livello di sviluppo ancora arretrato. Perché [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono molte buone ragioni che consigliano di <strong>limitare al massimo i consumi di idrocarburi</strong> (petrolio e gas) in occidente.<br />
Perché le riserve fossili, sono limitate. Soprattutto quelle di petrolio, che è la fonte più versatile, e quindi più utile nei Paesi con infrastrutture ancora scarse o con un livello di sviluppo ancora arretrato.<br />
Perché i Paesi occidentali sono ancora di gran lunga i maggiori consumatori di idrocarburi, e quindi ogni azione per ridurne la domanda (o per limitarne l’ulteriore crescita) ha positive ripercussioni sui prezzi a livello globale.<br />
E per molte altre ragioni note ai lettori di <a href="http://energy-mix.blogspot.com/" target="_self">questo blog</a>.  Tra le quali ci metto anche <strong>ragioni etiche</strong>, che sono straordinariamente ignorate e che invece dovrebbero essere di grande rilievo, se realmente crediamo che tutti gli essere umani hanno i medesimi diritti.</p>
<div><a href="http://3.bp.blogspot.com/_QvS1qB2BDR0/SwsCVkEnZXI/AAAAAAAAAA0/OQpIGiFsKuU/s1600/World-Population-Repor5.jpg"><img src="http://3.bp.blogspot.com/_QvS1qB2BDR0/SwsCVkEnZXI/AAAAAAAAAA0/OQpIGiFsKuU/s320/World-Population-Repor5.jpg" border="0" alt="" /></a></div>
<p>Infatti, per quanto ovvio, è utile ricordare che ogni goccia di petrolio, ogni metro cubo di gas che viene bruciato in Occidente, non può più essere utilizzato altrove. Ma mentre <strong>in Occidente abbiamo delle alternative </strong>(carbone, <strong>nucleare</strong>, <strong>fonti rinnovabili</strong>, risparmio, nuove tecnologie) <strong>“altrove” spesso le alternative non ci sono</strong>. Con conseguenze locali di maggiore povertà, miseria e fame. E anche con conseguenze che ci interessano da vicino, perché il fatto che oltre un miliardo e mezzo di persone siano escluse dal mercato dell’energia e debbano procurarsi un po’ di legna in qualunque modo gli sia possibile, o addirittura ricorrere al letame secco, per poter anche solo cucinare il proprio cibo, è cosa che dà forza alla catena della disperazione, aumentando la crescita demografica, il degrado ambientale e le tensioni sociali.</p>
<p>Dovremmo pensarci, quando <strong>ci dichiariamo contrari all&#8217;energia nucleare o ad un maggiore ricorso al carbone</strong>.<br />
Invece un <strong>dibattito sull’etica degli usi dell’energia </strong>non mi risulta sia mai stato fatto qui in Italia, con l’eccezione dell’associazione ambientalista Amici della Terra, che su queste basi sono arrivati ad auspicare un <strong>maggior ricorso del carbone in Occidente, come uno dei modi per ridurre le emissioni globali di CO2</strong>.<br />
Il ragionamento è questo: più puntiamo sul gas in Italia, per ridurre le NOSTRE emissioni di CO2, più contribuiamo ad alzare i prezzi internazionali delle materie prime energetiche di migliore qualità, come appunto è il gas. Di conseguenza i Paesi più poveri saranno sempre più costretti ad utilizzare le risorse meno costose, cioè il carbone. E lo faranno con tecnologie meno avanzate e con minore attenzione all’ambiente di quanto non si farebbe qui in Italia.<br />
Il risultato è che le emissioni globali aumenteranno insieme all&#8217;inquinamento locale in aree già svantaggiate, in maniera molto, ma molto maggiore di quante ne riduciamo in Italia.<br />
L’uso del carbone in Italia, invece, con le migliori tecnologie disponibili e in centrali ad alto rendimento, congiuntamente all&#8217;utilizzo di strumenti flessibili quali quelli previsti dal Protocollo di Kyoto, consentirebbe di ridurre sia l&#8217;inquinamento locale che le emissioni di gas serra a livello globale».</p>
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		<title>Un mito moderno: le scorie radioattive</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 10:28:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>aldocrispi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per chi volesse meglio comprendere cosa sono e come vengono messi in sicurezza i rifiuti del ciclo elettronucleare, consiglio caldamente la nota di Marino Mazzini pubblicata in Archivio nucleare. È un testo lunghetto, con qualche inevitabile dettaglio tecnico, visto che l&#8217;autore è professore ordinario del raggruppamento “Impianti nucleari” presso l’Università di Pisa. E&#8217; però anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per chi volesse meglio comprendere <strong>cosa sono e come vengono messi in sicurezza i rifiuti del ciclo elettronucleare</strong>, consiglio caldamente la nota di <strong>Marino Mazzini</strong> pubblicata in <em>Archivio nucleare</em>. È un testo lunghetto, con qualche inevitabile dettaglio tecnico, visto che l&#8217;autore è professore ordinario del raggruppamento “Impianti nucleari” presso l’Università di Pisa.</p>
<p>E&#8217; però anche un testo chiaro e convincente, dettato dall&#8217;esigenza &#8211; afferma Mazzini &#8211; che «non è più possibile tacere di fronte alla <strong>strumentalizzazione del rischio nucleare di alcuni gruppi della nostra società</strong>. Essi, sfruttando la paura della gente, hanno fatto di tale rischio una vera e propria costruzione intellettuale per i propri scopi politici e personali (carriera), distorcendo completamente la verità. In realtà, anche nel caso delle scorie nucleari <strong>i tecnici del settore operano in modo da imitare la natura </strong>(o quanto fatto da Dio, per i credenti), in quella ricerca dell’eccellenza per quanto concerne sicurezza dell’uomo e tutela ambientale che caratterizza tutta l’ingegneria nucleare, e non nel modo barbaro ed irresponsabile che è implicito nella rappresentazione che di tali attività danno in generale i media».<br />
In <a href="http://energy-mix.blogspot.com/" target="_self">questo blog </a>tralascio i dettagli tecnici (chi vuole può leggere qui <a href="http://www.archivionucleare.com/index.php/2009/11/25/scorie-radioattive-mito-ridimensionare/">il testo completo di Mazzini</a>). Riporto invece integralmente alcuni paragrafi di interesse più generale che ho trovato particolarmente interessanti.</p>
<p>[…] «In realtà tutto ciò che è presente sulla Terra (piante, animali, rocce, il nostro stesso organismo, gli oggetti che usiamo quotidianamente, l’acqua che beviamo, i cibi che mangiamo, ecc.) è radioattivo, con una radioattività media dell’ordine di 0,1-1 Bq/g (Bequerel per grammo). Questo ed altre sorgenti di radiazioni naturali, come i raggi cosmici, comporta per tutta l’umanità una dose naturale di radiazioni (in media 2 milliSievert all’anno), a cui l’organismo umano si è certamente adattato nelle decine di migliaia di generazioni che ci hanno preceduto su questa Terra. Ma <strong>la radioattività naturale e di conseguenza la dose naturale di radiazioni è molto variabile da punto a punto della superficie terrestre, con valori in alcune aree doppi, tripli ed in qualche caso anche 10 volte superiori ai valori medi</strong> sopraindicati, senza che questo comporti differenze nello stato di salute o nell’attesa di vita delle popolazioni che vivono in tali zone rispetto a quelle che vivono in zone vicine con simili caratteristiche per quanto riguarda clima, diete alimentari, contesti economici, sociali, ecc. Ad es. nel nostro Paese <strong>gli abitanti del Viterbese e della zona dei Campi Flegrei sono soggetti a dosi di radiazione 2-3 volte la media nazionale</strong>, ma la mortalità per cancro in tali zone non è diversa da quella degli abitanti delle altre zone del Lazio o della Campania. Per fare un altro esempio, <strong>la radioattività dei blocchetti di granito usati per pavimentare Piazza S. Pietro è così elevata da dare un’intensità di dose oltre 10 volte il fondo naturale medio in Italia</strong>, comparabile con quella della zona di 30 Km di raggio interdetta alla popolazione attorno al famoso reattore di Chernobyl (ma a nessuno è venuto in mente di interdire l’accesso a Piazza S. Pietro della gente per la pericolosità della situazione!)».</p>
<p>[…] <strong>Sulla terra esistono situazioni analoghe a quella di un deposito sotterraneo di scorie nucleari</strong> che dimostrano l’improbabilità dell’eventuale risalita verso l’ecosistema dei prodotti radioattivi, in periodi di tempo dell’ordine delle ere geologiche. <strong>In Canada</strong>, nella zona del Cigar Lake, esiste una formazione minerale con contenuto di uranio, e quindi di prodotti delle relative catene di decadimento (radio, polonio, ecc.), assolutamente eccezionale: fino al 60% in peso. Il minerale uranifero si trova in profondità, separato dal materiale sabbioso sovrastante da uno spessore di argilla. In superficie non c’è alcuna traccia anomala di radioattività o di elementi radioattivi derivanti dalle catene di decadimento dell’uranio, nonostante che uno di questi (il Radon) sia un gas nobile, completamente inerte dal punto di vista chimico, che si libera facilmente in atmosfera.</p>
<p>In un altro analogo naturale, ad Oklo, <strong>in Gabon</strong>, c’è una formazione minerale simile a quella di Cigar Lake per concentrazione di uranio, ma senza lo strato di protezione di argilla; l’acqua può quindi penetrare liberamente nel terreno. Due miliardi di anni fa, questo portò a condizioni tali che decine di depositi divennero critici e funzionarono naturalmente come reattori nucleari, in modo intermittente, per un milione di anni, originando tutta la gamma dei prodotti di fissione e di attivazione che si producono negli attuali reattori nucleari. Queste sostanze pericolose sono rimaste in loco, con spostamenti limitati al massimo ad alcune decine di metri, in un terreno assolutamente normale, certamente non selezionato per poterli trattenere. Come risultato, tra gli ecosistemi e le popolazioni che vivono nell’area e quelli in aree contigue, con clima, habitat e abitudini di vita simili, non è possibile evidenziare differenze apprezzabili».</p>
<p>«Merita un’ultima considerazione<strong> il concetto di eredità lasciata ai posteri in termini di scorie radioattive, che è in stretta relazione con quello di sostenibilità</strong>. Considerare i depositi di materiali radioattivi che ci si appresta a realizzare un fardello troppo pesante per le generazioni future implica che il progresso tecnologico debba improvvisamente fermarsi o indietreggiare e che i nostri posteri, vestiti di pelli ed armati di clave, risulteranno esposti ad un rischio per loro tremendo e incomprensibile. Al contrario, considerando i risultati ottenuti dallo sviluppo tecnologico in pochi secoli di scienza sperimentale, è invece lecito supporre che le nostre odierne preoccupazioni faranno sorridere i nostri pronipoti, che avranno a disposizione conoscenze ben più profonde ed ampie delle nostre. Talora si suggerisce che i depositi potrebbero diventare per loro miniere di materiali utili.<br />
Pertanto, anziché ostacolare lo sviluppo tecnologico con miti e leggende terrorizzanti, ben al di là di ovvi criteri di prudenza, sarebbe bene mettere tutto il nostro impegno nel rendere sempre più umano e solidale il contesto in cui esso avverrà, così da crescere contemporaneamente nella conoscenza e nella responsabilità».</p>
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		<title>Terra Reloaded: Grillo ci prova ancora</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Nov 2009 13:40:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>umotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Se la scesa in politica di Grillo è stata un insuccesso perché il partito per cui si era candidato lo ha rifiutato, è stata sicuramente una mossa vincente per ridare un po&#8217; di verve alla sua immagine e popolarità. Infatti, da quando Beppe Grillo ha inaugurato il suo blog (2005) e ed è sceso nelle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se la scesa in politica di Grillo è stata un insuccesso perché il partito per cui si era candidato lo ha rifiutato, è stata sicuramente una mossa vincente per ridare un po&#8217; di verve alla sua immagine e popolarità. Infatti, da quando Beppe Grillo ha inaugurato il suo blog (2005) e ed è sceso nelle piazze politiche, il diagramma del suo reddito è andato costantemente in salita.</p>
<p>Effettivamente, le serate del tour sono a pagamento (e anche care!) e anche i video e libri annessi certo non li regala (potrebbe in nome di una battaglia pro informazione!?). Dunque, ogni decisione sarà pure dettata da una sua personale battaglia per cambiare il sistema, ma ancora di più dal denaro e dalla voglia di riempirsi le tasche.</p>
<p>A luglio scorso, infatti, i commenti al proprio blog stavano pericolosamente diminuendo (il 10 luglio sono stati poco meno di 700, 50 in più il giorno dopo: numeri lontanissimi dalla media di qualche mese fa) e anche i meet-up, i circoli dei grillini avevano un saldo negativo (oltre 500 nel 2008, 434 il 15 luglio 2009).</p>
<p>Come riprendere a fare crescere celebrità e fatturato? La risposta è semplice: il 12 luglio arriva l’autocandidatura a segretario del Pd (il partito ha rifiutato la sua iscrizione) e l’annuncio, sul sito, scatena l’entusiasmo del popolo grillino in letargo, raccogliendo quasi 5.700 commenti.</p>
<p>A notare questa cosa sono in molti e soprattutto i blogger, che si sentono un po&#8217; traditi. Infatti alla &#8220;BlogFest 2009&#8243; di Riva del Garda, meeting dei blogger italiani, lo spazio online di Grillo, considerato da anni uno dei migliori (e premiato solo lo scorso anno come miglior blog), quest’anno ha ricevuto dai votanti su Macchianera.net il poco ambito premio per il “miglior blog andato a puttane“.<br />
Si sa che, nel magico mondo di Grillo, il numero dei fan è direttamente proporzionale agli incassi degli spettacoli e del merchandising. Anche se il suo manager, Davide Marangoni, preferisce non diffondere dati ufficiali, la verità è che i fasti del tour Reset, quello del 2007, l’anno del Vaffa day (8 settembre) e dei 200 mila in piazza Maggiore a Bologna, sembrano irripetibili. Proprio a Bologna a ottobre, Grillo è stato contestato da una folla di &#8220;ex fan&#8221;.</p>
<p>Oggi, un’altra trovata: Grillo presenta il nuovo dvd Terra Reloaded, realizzato in collaborazione con Greenpeace.  Sulla sua sincerità nel voler cambiare il sistema, (come afferma nell’intervista) ho dei dubbi, perché lui nel sistema che tanto critica ci è entrato pure lui con tutte le scarpe.<br />
Ma su una cosa però ha ragione: è necessaria maggiore informazione. I cittadini devono essere informati, e oggi con internet hanno molta più possibilità di farlo. Su tutto il resto credo che sia solo l&#8217;ennesimo prodotto per riempire le tasche del comico, anzi politico, anzi blogger, o meglio regista&#8230; insomma del genovese.</p>
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		<title>Si può fare a meno dell’energia nucleare?</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Nov 2009 13:39:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>umotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel Vecchio Continente (UE e altri Paesi europei, Russia compresa), vi sono grandi centrali elettriche per circa 500.000 MW che nei prossimi 20-25 anni dovranno essere messe fuori servizio per anzianità. E quindi sostituite da nuove centrali per una potenza equivalente (senza qui considerare l’ulteriore potenza necessaria a soddisfare la nuova domanda, che, pur in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel Vecchio Continente (UE e altri Paesi europei, Russia compresa), vi sono grandi centrali elettriche per circa 500.000 MW che nei prossimi 20-25 anni dovranno essere messe fuori servizio per anzianità. E quindi sostituite da nuove centrali per una potenza equivalente (senza qui considerare l’ulteriore potenza necessaria a soddisfare la nuova domanda, che, pur in presenza di politiche di risparmio e di efficienza energetica, è prevista in notevole crescita).<br />
Si tratta in gran parte di centrali “di base” (soprattutto nucleari e a carbone) il cui servizio è cioè indispensabile tutto l’anno, di notte e di giorno, in giornate ventose e senza vento, per cui è impensabile che possano essere sostituite da fonti rinnovabili, se non in minima parte.</p>
<p>Chi è convinto che si possa rinunciare al nucleare in Italia dovrebbe anche dire quale alternativa ci sia alla sostituzione di queste centrali. Anche in considerazione dei vincoli di competitività, di sicurezza degli approvvigionamenti, di inquinamento locale e di emissioni di gas serra che sono già forti oggi e che saranno di anno in anno crescenti.</p>
<p>Ovviamente non è né logico né razionale ipotizzare che tutta questa potenza venga sostituita da nuove centrali nucleari. Ma certo è difficile immaginare un futuro senza un rilevante ruolo anche per il nucleare, è che l’unica fonte che offre grandi potenze unitarie a prezzi competitivi, senza accrescere la dipendenza da altri Paesi , senza emettere alcun tipo di inquinante (ossidi di zolfo e di azoto, polveri, diossine e altri inquinanti chimici) e senza impatto sul clima globale.</p>
<p>E ancora. Sulla Terra vivono 6,7 miliardi di persone, di cui “i ricchi” (1,2 miliardi, pari al 18% circa) consumano quasi il 50% di tutta l’energia primaria prodotta e il 60% di quella elettrica. Dei rimanenti 5,5 miliardi, che si dividono il restante, circa un miliardi e mezzo di persone non ha nemmeno accesso all’elettricità.</p>
<p>Inoltre continuiamo ad aumentare di numero: tra poco più di 30 anni saremo 9 miliardi, con un incremento di popolazione tutto a carico dei Paesi oggi in via di sviluppo, che quindi raggiungeranno la cifra di 7,5-8 miliardi, mentre noi “occidentali” resteremo più o meno 1,2 miliardi. Ebbene, è lecito e giusto sperare che quei 7-8 miliardi di “altri” possano avere un consumo di energia elettrica adeguato a soddisfare dignitosi livelli di vita. Diciamo: un consumo, tra 30-40 anni, pari alla metà di quello medio oggi in Europa (e quindi ad a un quarto di quello medio americano).</p>
<p>Nell’auspicabile modesta ipotesi appena fatta, i consumi di energia elettrica nel mondo dovranno molto più che raddoppiare rispetto ad oggi. Il che vuol dire che occorrerà reperire una quantità enorme di energia supplementare, da utilizzare nel rispetto dell’ambiente e senza impatti sul clima globale.</p>
<p>In questo caso un ruolo di primo piano, forse determinante, potrà sicuramente essere svolto dalle fonti rinnovabili. Ma per la copertura della grande domanda di base proveniente da Paesi sempre più urbanizzati e sempre più industrializzati sarà comunque indispensabile una larga quota di energia prodotta da grandi centrali di potenza.<br />
E dunque, di nuovo, si pone la domanda: si può fare a meno dell’energia nucleare?</p>
<p><a href="http://energiamodomio.blogspot.com/2009/11/si-puo-fare-meno-dellenergia-nucleare.html">Energia a modo mio</a></p>
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		<title>Quando il nucleare è dettato da pregiudizi</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 19:11:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>umotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Con le più elementari regole di sicurezza, ampiamente utilizzate in Occidente, l’energia nucleare si rivela una forma di energia sicura e affidabile. In cinquant’anni di nucleare quello successo nella centrale sistemata in vicinanza della cittadina ucraina, è il più grave che si sia mai verificato. Nel frattempo gli incidenti nelle centrali in cui si fa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Con le più elementari regole di sicurezza, ampiamente utilizzate in Occidente, l’energia nucleare si rivela una forma di energia sicura e affidabile. In cinquant’anni di nucleare quello successo nella centrale sistemata in vicinanza della cittadina ucraina, è il più grave che si sia mai verificato. Nel frattempo gli incidenti nelle centrali in cui si fa uso dei combustibili fossili hanno provocato oltre 15.000 morti e perfino il sicuro ed ecologico idroelettrico ne ha causati 4.000. Se il nucleare avesse avuto lo stesso numero di vittime delle altre fonti energetiche la sua utilizzazione come fonte di energia sarebbe finita da un pezzo.</p>
<p>Bisogna inoltre tener conto dei rischi che si corrono nella estrazione dei combustibili fossili rispetto all’estrazione dei minerali di uranio. Lavorare in una miniera di uranio, fonte di energia nucleare, è dieci volte meno pericoloso che lavorare in una miniera di carbone, poiché quest&#8217;ultimo è in assoluto la fonte di energia che provoca più morti: 6-7 mila all’anno senza contare le vittime della silicosi che colpisce tutti i minatori.</p>
<p>Anche il gas naturale rappresenta un pericolo. Nel 1984 si verificò in Messico l’esplosione di diversi serbatoi di gas liquido che uccisero sul colpo 550 persone e ne ferirono 7000, sicché il suo trasporto potrebbe provocare il peggior incidente immaginabile. Qualora una nave metanifera che trasporta gas liquefatto a bassissima temperatura, in vicinanza della costa, per un incidente, dovesse spezzarsi e riversare in mare anche solo parte del suo carico, si provocherebbe una enorme nuvola fredda e densa di gas che spinta dai venti sulla terraferma potrebbe esplodere liberando una potenza paragonabile a quella di una bomba atomica.</p>
<p>Anche il petrolio ha causato ingenti danni che non sono solo quelli, peraltro gravissimi per l’ambiente, provocati dalle petroliere che hanno riversato in mare il loro contenuto sporcando le coste e uccidendo gli uccelli marini che, con il corpo imbrattato di catrame, non riuscivano più ad alzarsi in volo. Ai disastri ambientali vanno accostate anche le migliaia di morti avvenuta per l’esplosione di oleodotti e depositi con conseguenti incendi che hanno interessato le abitazioni poste in vicinanza dei grossi serbatoi di carburante. Perfino l’idroelettrico,  può creare catastrofi imputabili a dissesti idrogeologici.</p>
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		<title>Le fonti rinnovabili sono in grado di soddisfare la richiesta di energia?</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Oct 2009 21:46:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>umotta</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Energia]]></category>
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		<description><![CDATA[Un breve commento conclusivo sull&#8217;affermazione riportata da Greenpeace (in occasione della bolletta nucleare) secondo cui &#8220;l&#8217;eolico, il geotermico, le biomassesostenibili, e misure di efficienza energetica sono già oggi disponibili e in grado di fornire tutta l&#8217;energia di cui abbiamo bisogno in modo conveniente, pulito, sicuro e per sempre&#8221;. Un reattore nucleare produce energia per circa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Un breve commento conclusivo sull&#8217;affermazione riportata da Greenpeace (in occasione della bolletta nucleare) secondo cui &#8220;l&#8217;eolico, il geotermico, le biomassesostenibili, e misure di efficienza energetica sono già oggi disponibili e in grado di fornire tutta l&#8217;energia di cui abbiamo bisogno in modo conveniente, pulito, sicuro e per sempre&#8221;. Un reattore nucleare produce energia per circa 8.000 ore l&#8217;anno, una pala eolica per circa 2.000 ore l&#8217;anno. Per questa semplice ragione, un solo reattore EPR da 1.600 MW potrebbe approssimativamente coprire il fabbisogno di energia elettrica di due città come Milano per 60 anni. Se volessimo soddisfare tale fabbisogno ricorrendo esclusivamente a fonti rinnovabili, dovremmo: installare oltre 15.000 ettari di pannelli fotovoltaici, pari a 20.000 campi da calcio regolamentari; oppure oltre 3.000 pale eoliche da 2,5 MW, ognuna delle quali supera i 100 m di altezza e gli 80 m di diametro, che disposte in fila coprirebbero la distanza in autostrada tra Rimini e Lecce (720 Km); oppure consumare circa 20 milioni di tonnellate di biomasse all’anno, producibili solo da un’area interamente coltivata a pioppeto estesa come la somma di Emilia Romagna e Marche.<br />
Se realizzassimo il programma nucleare italiano e producessiamo il 25% dell&#8217;energia di cui abbiamo bisogno utilizzando centrali nucleari, produrremmo circa 100 TWh/anno senza emettere CO2. Ecco: producendo 100 TWh da fonte nucleare anzichè con il gas (la fonte termoelettrica a più bassa emissione di CO2) si eviterebbe l&#8217;immissione in atmosfera di circa 35 milioni di tonnellate di CO2.</p>
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